Il caso di Gisèle Pelicot ha mostrato non l’eccezionalità del male, ma la sua quotidianità

| DI 504480

Il caso di Gisèle Pelicot ha mostrato non l’eccezionalità del male, ma la sua quotidianità
Gisèle Pelicot ha cambiato il lato della vergogna, come diceva (“La honte doit changer de camp”), e grazie alla decisione semplice e stratosferica di attraversare il processo contro il suo ex marito a testa alta e porte aperte ha mostrato al mondo non l’eccezionalità del male ma la sua quotidianità, umanità e continuità. In una provincia della Provenza, poco più di cinquemila abitanti, l’annuncio di un padre di famiglia su un sito internet ha ricevuto la risposta immediata e continuata di molti uomini, tutti diversi per età, estrazione sociale, occupazione, stato civile. Cinquantuno uomini identificati, tra i ventisei e i settant’anni, cinquantuno monsieur tout le monde, rappresentativi di chiunque, imputati e condannati per stupro. Nessuno è stato assolto. Alcuni di loro sono tornati in quella casa molte volte nel corso degli anni e delle notti, cinque o sei, hanno stuprato ancora Gisèle Pelicot, con cui non avevano mai parlato prima, che non avevano mai visto vestita o sveglia, e pochi di loro sono riusciti a chiedere scusa, circa quindici. Gli altri si sono mostrati offesi, raggirati, vittime: non era stupro, fingeva solo di dormire, il marito aveva dato il permesso, credevo che fosse consenziente, non avevo capito.
“Signor Pelicot, lei è ritenuto colpevole per stupro aggravato nella persona di Gisèle Pelicot”, e il signor Pelicot si è alzato in piedi e ha ascoltato. Ha chiesto perdono, per questa storia che non è finita e che non finirà mai: tutta la famiglia era lì, i nipoti, i figli maschi, la figlia della vittima che è anche la figlia del carnefice, come succede spesso, e vittima a sua volta. Da più di tre mesi quel tribunale di provincia è pieno di gente in fila per assistere alle udienze, giornalisti, avvocati, parenti, curiosi, attivisti, e nel pubblico la maggior parte sono donne. Hanno applaudito Gisèle Pelicot ogni volta che è passata accanto a loro, e lei ogni volta ha sorriso. Ieri accanto a Gisèle c’era uno dei nipoti, un ragazzo commosso: “Questo processo è stata una prova molto difficile, e io penso prima di tutto ai miei tre figli, e ai miei nipoti, perché sono loro il futuro, ed è per loro che ho lottato”. Gisèle Pelicot, che ha scoperchiato il male quotidiano (quello che ci ostiniamo a non vedere, a credere che non esista, o a dire che comunque non esiste più, è finito da un pezzo, e comunque io che c’entro e tu quanto sei irritante), ha avuto parole per tutte: anche per le vittime non riconosciute: “Voglio che sappiate che condividiamo la stessa lotta”, ha detto. Gisèle Pelicot è infatti la vittima eclatante, assoluta: è stata sottomessa chimicamente per dieci anni, stuprata da decine e decine di sconosciuti a sua insaputa, è stata filmata, niente di più inoppugnabile, dentro la normalità di una vita come tante, in una piccola città, in una casa tranquilla, con i nipotini che crescono un Natale dopo l’altro. Non tutte hanno la luce accecante di Gisèle, perché ogni vittima è diversa. Ma per tutte la lotta è la stessa, e questo processo passerà alla storia per aver cambiato il lato della vergogna.

Tutti i diritti riservati