Covid, 36enne in intensiva: "Non respiravo. Salvata anche con i sorrisi dei sanitari"
| DI Redazione Online


Come posso iniziare una lettera in cui voglio esprimere gratitudine per tanti piccoli gesti che mi hanno cambiato la vita? Comincio dall’arrivo in pronto soccorso, o meglio ancora prima dai timori notturni quando percepisco di non riuscire a respirare. Il timore di non sapere, il terrore di non uscirne, in fondo se ne sono sentite tante…
Poi arriva l’ambulanza e il soccorritore mi fa un bellissimo sorriso, mi dice di non temere. Anche dopo il ricovero in ospedale, infermieri e oss mi fanno subito sentire tutto il calore possibile in epoca Covid, con carezze e strette di mano. Non sono sola.
Il problema, però, è che continuo a peggiorare, e lo capisco dal fatto che le cure sono sempre di più, e allora quell’ennesima paura mi toglie il poco fiato che rimane.
All’arrivo in Utir (meno male che abbreviano, fa meno paura) la dottoressa si ferma, mi fissa negli occhi e mi assicura che sarà dura, ma che ce la farò, mentre mi tiene la mano e mi accompagna in questo viaggio. Così inizia l’iter, e a darmi forza sono quelle carezze con due guanti, quegli occhi che mi cercano per un saluto e quel sorriso immancabile in terapia intensiva, che tanto scaldano l’ambiente così asettico.
Sono arrivata in ospedale terrorizzata, ne esco rafforzata: non fisicamente, ma moralmente. Sicura che l’essere umano può essere davvero speciale.
Un grazie sincero a medici, infermieri e oss che ho avuto il privilegio di conoscere e apprezzare in questi 14 giorni nei reparti Utir e malattie infettive.
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