I had to run like a fugitive / Just to, just to save the life I live / I'm gonna be Iron, like a Lion, in Zion. Zion è, per la religione rastafariana la terra dove si manifesta il Messia, il luogo, l’unico possibile, di unità, pace e libertà. Zion, almeno a Parma e in Serie A, è Zion Suzuki. È giapponese nato in America, è felino per movenze e balzi, nel vederlo si nota una tranquillità invidiabile. Sabato contro il Napoli, si è ritrovato però immerso invece nel peggio nella nemesi della Zion rastafari.
A ventidue anni a volte si sbaglia anche per sovrastima delle proprie capacità (era già successo contro la Fiorentina quando portò il pallone fuori area determinando così la punizione realizzata da Cristiano Biraghi). Probabilmente è quello che ha fatto Zion Suzuki. Succede.
Il Parma capirà, probabilmente l'aveva messo in conto.
Avrà tempo e, si spera, modo per rimediare, per continuare a dimostrare sul campo che il grande pregiudizio europeo sui portieri giapponesi è sbagliato. Se non del tutto, quantomeno in buona parte.
Va così da quando il Giappone ha iniziato a trovare una sua dimensione nel calcio internazionale, da quando ha iniziato a dimostrare che il pallone a Tokyo e dintorni non era solo
quello di Holly e Benji, con i suoi campi lunghi centinaia di chilometri, le sue curvature spaziotemporali e le improbabili gesta atletiche fatte di tiri supersonici e pali e traversi utilizzati alla maniera di tappeti elastici.
Da allora, dal 1998, sono stati parecchi i calciatori giapponesi arrivati in Europa. Pochissimi però erano portieri.
Yoshikatsu Kawaguchi fu il primo. Rimase tre anni tra Portsmouth e Nordsjælland e quando ritornò in Giappone nessuno lo rimpianse. Eiji Kawashima c’è rimasto per tredici anni, alternando ottime parate ed errori clamorosi. Kawaguchi e Kawashima sono stati per anni i migliori portieri giapponesi, entrambi finiti in porta per amore di Wakabayashi Genzō, quello che noi chiamiamo Benji Price. Sono stati portieri di ottime capacità, capaci di interventi spettacolari, ma deficitari nella capacità di trattenere il pallone. Un fondamentale trascurato da sempre e per tradizione. Va così dagli anni Trenta, dalla rivoluzione calcistica di Shigeyoshi Suzuki. Per l’allenatore che guidò la Nazionale alle Olimpiadi di Berlino del 1936, quelle del “miracolo di Berlino”, ossia la vittoria per 3-2 contro la Svezia, il portiere non doveva bloccare il pallone, ma respingerlo per permettere alla squadra una veloce ripartenza e la possibilità quindi di attaccare in superiorità numerica. Per quasi sessant’anni nessuna scuola calcio mise in discussione la tesi del “Grande maestro”.
Zion Suzuki non ha nella presa il suo fondamentale migliore, ma è molto più europeo di Kawaguchi e Kawashima. Potrebbe bastare per giocare in Europa, potrebbe non essere sufficiente per far cambiare del tutto idea ai giapponesi su quale sia il modo migliore di stare in porta.