Non si possono avere idee preconcette sulla desiderabilità di un assetto decentrato, del resto questo progetto è stato avviato nel 2001 con la revisione del titolo V della Costituzione e portato avanti da diversi governi. La fretta dell’attuale
ministro per gli Affari regionali può però indurre a sottovalutare i rischi del riassetto delle competenze fra stato e regioni. La geometria variabile rischia di essere una vera iattura anche al di là del tema del finanziamento.
Molti, contrari all’autonomia differenziata, sperano: “Prima bisogna decidere i Lep (Livelli essenziali delle prestazioni) e finanziarli, e siccome non ci sono i soldi per finanziarli l’autonomia non si farà mai…”. Purtroppo non è così. Le regioni che lo chiedono possono ottenere da subito l’autonomia in tutta una serie di materie di tipo regolatorio e autorizzativo che non richiedono nessun Lep, semplicemente perché non sono prestazioni pubbliche. Si tratta per esempio di rapporti internazionali e con l’Ue, commercio con l’estero, regolazione delle professioni, protezione civile, regole di accesso alla previdenza complementare.
Non c’è un modello ottimale per la distribuzione delle competenze fra i diversi livelli di governo: tanto un assetto accentrato, come quello norvegese, quanto un sistema istituzionale a forte vocazione autonomista, come quello tedesco, possono produrre risultati eccellenti. Nella classifica sull’efficacia dell’azione pubblica della Banca mondiale, l’Italia si colloca agli ultimi posti fra i paesi dell’area dell’euro, dopo avere registrato un sensibile arretramento negli ultimi 25 anni (ossia da quando le regioni hanno acquisito maggiori funzioni e risorse finanziarie). Il punto è che l’assetto deve essere coerente tra regioni invece da noi, per come si sta procedendo ora, non sarà così (ed è ben diverso per esempio dal referendum 2016 in cui si proponeva la redistribuzione uniforme di competenze tra stato e regioni in modo uniforme).
Se la proposta di legge quadro all’esame del Parlamento dovesse andare in porto nella sua versione attuale, ciascuna regione potrebbe richiedere una devoluzione di funzioni à la carte: dalle infrastrutture energetiche e di trasporto alla salute, fino all’istruzione e alla sicurezza sul lavoro. Nel nostro ordinamento si troverebbero così a operare tre distinti gruppi di regioni: quelle a statuto ordinario, con competenze uniformi fra loro; quelle a statuto speciale, ciascuna con competenze proprie; quelle ad autonomia differenziata, con competenze difformi sia dalle une sia dalle altre. Si tratterebbe di un unicum internazionale, anche rispetto a paesi che hanno già sperimentato forme di federalismo asimmetrico come la Spagna.
La frammentazione delle competenze potrebbe comportare una significativa perdita di efficienza: le imprese dovrebbero confrontarsi con quadri regolamentari molto diversi da regione a regione. Sarebbe singolare avere regole regionali di accesso diverse alle professioni o alla previdenza complementare o accordi commerciali diversi da una regione all’altra. Esattamente il contrario di quello che il governo ha appena approvato con le procedure centralizzate della Zes unica del Mezzogiorno e una contraddizione di quel che serve per i progetti Pnrr. Esattamente il contrario anche di quel che potrà servire domani, quando – si spera – verranno affidate diverse politiche industriali e dell’immigrazione a un coordinamento e finanziamento di tipo europeo.
Tutto questo avverrà prima e indipendentemente dal campo delle politiche di bilancio, dove l’autonomia differenziata comporterebbe invece il trasferimento alle regioni di settori rilevanti della spesa statale e la corrispondente cessione di significative quote del gettito tributario. Ne deriverebbero problemi di coordinamento fra gli obiettivi di bilancio nazionali e le scelte di spesa locali. L’esperienza delle regioni a statuto speciale al riguardo non è incoraggiante.
Che fare quindi? Perlomeno raccogliere l’invito alla gradualità formulato in tante audizioni e tra gli altri dalla Banca d’Italia: sulle materie regolatorie procedere per singola materia e sulla base di comprovati vantaggi rispetto allo status quo; sulla parte finanziaria occuparsi prima del sistema generale di finanziamento delle regioni a statuto ordinario e poi di come finanziare la devoluzione asimmetrica di funzioni; prevedere la possibilità di rimodulare nel tempo l’entità delle risorse trasferite sulla base delle priorità della politica di bilancio nazionale; introdurre un sistema stringente di verifica ex post dei risultati conseguiti dalle singole regioni.