Da jester a commendatore. L'inevitabile parabola italiana di Jovanotti

| DI Antonio Gurrado

Da jester a commendatore. L'inevitabile parabola italiana di Jovanotti
E così Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, è assurto alla carica di commendatore, grazie alla nomina da parte dal presidente della Repubblica. È giusto che il cantante riceva tale riconoscimento direttamente dalla più alta carica dello stato, trattandosi di un’evoluzione tipicamente italiana, naturalissima alle nostre latitudini. Ricordo ancora con affetto – io ero bambino, lui sembrava un adolescente cresciutello – i primissimi passi di Jovanotti a Sanremo, dove i critici lo associavano alla comicità demenziale di un Francesco Salvi, e le trasmissioni tv al suono di “uno, due, tre, casino!”. Su questa fama di jester, di matto fuori dalle righe, Jovanotti ha impostato una carriera imprevedibile e ammirevolmente caparbia nel ricercare la sorpresa e la rottura degli schemi. L’Italia, dal canto suo, dapprima lo ha osservato sdegnata mentre saltellava rappando, poi lo ha relegato nel novero delle stranezze, quindi ne ha salutato l’atipica crescita con curiosità, lo ha allora eletto a rappresentante degli outsider, lo ha fomentato nel farsi carico di battaglie etiche disperate (“Cancella il debito!”), fino ad affidargli il ruolo più difforme e incongruo che una società possa tollerare: quello della persona buona, l’ingenuo sorridente sempre dalla parte giusta della storia. Adesso, alla soglia dei sessant’anni, ecco cascargli sul collo, implacabile, l’onorificenza. In Italia puoi essere la persona più ribelle che ci sia, ma gli italiani prima o poi troveranno modo di farti diventare, uno, due, tre, commendatore.

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