La tragedia di Alan meritava “il potere evocativo delle parole”

“La comunicazione per essere efficace deve essere emozionale” è questo il diktat che vige tra i giornalisti, i pubblicitari, i creativi, gli uomini del marketing. È per questo motivo che in questi giorni la foto del bambino di tre anni Alan Kurdi, ha fatto discutere. Ma qual è il limite? Esiste un limite?Oggi le immagini e le foto comunicano molte emozioni: scandalizzano, commuovono, indignano. Ma questa emozione è sempre e solo personale nel momento in cui vediamo un’immagine per la prima volta e può scatenare reazioni diverse, a volte positive ma a volte anche incontrollate. Credo che su alcuni temi (la morte in primis, tanto più se di un bambino...) i comunicatori debbano tornare al “potere evocativo delle parole”. Raccontare può addirittura emozionare di più, ma è un’emozione guidata, che cresce, che sceglie i sostantivi e gli aggettivi giusti, non che esplode come invece lo fa una foto. Una foto con un tenore emotivo molto forte è dirompente, è come un pugno nello stomaco: c’è chi sopporta e chi invece cade a terra.Chi l’ha pubblicata ha addotto la motivazione del diritto a sensibilizzare su di un tema importante come è l’immigrazione. Ma questa motivazione credo sia alquanto labile e superficiale. La censura, termine che oggi ha assunto solo una connotazione negativa, dovrebbe tornare più di moda nel mondo della comunicazione. La libertà di espressione sembra l’unico criterio etico di riferimento. Ma ad esempio un genitore, in base all’età del figlio, sa cosa comunicare e quando comunicarlo, proprio in un processo pedagogico e psicologico di crescita. Perché non dovrebbe valere per i mezzi di comunicazione? I media devono informare ma possono anche scegliere la modalità. L’autocensura per un bene superiore dovrebbe ispirare le scelte di chi ha un potere così forte in mano. Il fatto di aver visto questa foto è sicuro che sensibilizzerà tutti sull’immigrazione o al contempo creerà un ulteriore distacco?L’elemento comunicativo più preoccupante è che questa foto è stata anche postata nei vari social network (Facebook, Instagram, Twitter, Google+) dove ad esempio non scegli se vederla oppure no. Ti appare senza averla richiesta.Nessun adulto ha difeso l’identità di questo bambino, proprio nel suo momento più tragico, quando i suoi genitori non potevano farlo. Perché quella foto ci ricorda i nostri figli, i nostri nipoti, forse anche noi da piccoli. Il dolore provato è sempre difficile da cancellare o da colmare. Di fronte a queste scelte di comunicazione, che sono anche di tipo etico, porsi la domanda: “Cosa farei se fosse protagonista una persona a cui voglio bene?” credo che possa aiutare ad avere dei criteri comuni che vanno a tutela dell’integrità della persona senza pensare solo al profitto, al numero di copie vendute o al numero di visualizzazioni in rete.Avrei voluto vedere quella foto pubblicata, ma con un bel rettangolo nero sopra il corpo del bambino e leggerci in bianco le seguenti parole: “Abbiamo scelto di non farvi vedere questa immagine. Questa volta vogliamo usare il potere evocativo delle parole. La foto ritrae un bambino di soli tre anni, morto in riva al mare. Ha tentato di fuggire, di costruirsi un futuro migliore assieme ai suoi genitori. Ma non ce l’ha fatta! Noi, l’abbiamo aiutato? Con questa foto lo salutiamo per l’ultima volta e lo chiamiamo per nome: buon viaggio Alan!”.