La Carta dei diritti di internet: l’italico trionfo della fuffa

Può sembrare presuntuoso alzare una critica al lavoro di 46 esperti nazionali ed internazionali, specie se acuti osservatori già si spellano le mani dagli applausi, ma la tanto celebrata “Dichiarazione dei diritti di Internet” fresca di presentazione alla Camera ha le carte in regola per finire, un giorno neanche troppo lontano, nel magazzino delle scartoffie inutili (al piano dei buoni propositi, settore utopie, corridoio tecnologia). Il tema è interessante, e forse anche per questo c’è voluto un anno (mica poco, il web cambia in fretta) per scrivere i 14 articoli del documento e un preambolo che non brilla per originalità: per dire che internet “ha modificato l’organizzazione del lavoro” ed è “uno spazio sempre più importante per l’autorganizzazione delle persone” non serviva un comitato di cervelloni, ma passiamo oltre. L’articolo 1 riconosce che i diritti fondamentali di ogni persona vanno garantiti su internet, il 3 spinge le istituzioni pubbliche a diffondere la possibilità di accedere alla rete. Si parla poi, tra le altre cose, di tutela di dati personali e diritto all’oblio, ossia “di ottenere la cancellazione dagli indici dei motori di ricerca” dei riferimenti ad informazioni che non hanno più rilevanza pubblica. Per la prima volta, annuncia la presidente della Camera Laura Boldrini, «per un atto di natura parlamentare abbiamo fatto una consultazione pubblica. Abbiamo dato la parola ai cittadini». Al di là dei numeri (14mila accessi e 590 opinioni espresse in cinque mesi, meno di quattro al giorno: anche un piccolo sito fa meglio), che certo non testimoniano una partecipazione mostruosa di quei giovani per i quali la Carta è stata pensata (quanti la leggeranno?), i pareri espressi dai cittadini non sono stati vincolanti. Ma, più che altro, la stessa Dichiarazione allo stato attuale non pare modificare di una virgola la realtà. Proibisce comportamenti – come l’incitamento all’odio e alla violenza – già puniti dalla legge. Repetita iuvant, va bene, ma quanti commenti che traboccano sangue sui social network vengono oggi effettivamente censurati? La stessa pagina Facebook della Boldrini, persino sul suo post sui diritti su internet, è presa di mira da incivili che la insultano, senza neanche trincerarsi dietro l’anonimato. Semplicemente, sentono il web come un porto franco: sarà una vaga “Dichiarazione” a fermarli?O per andare all’articolo 7: “I sistemi e dispositivi informatici di ogni persona e la libertà e la segretezza delle sue informazioni e comunicazioni elettroniche sono inviolabili”. Va bene, ma andate a spiegarlo ad Anonymous e ai vari gruppi hacker. O lo stesso diritto all’oblio già accennato: “Ogni persona ha diritto di ottenere la cancellazione dagli indici dei motori di ricerca” di informazioni che non hanno più rilevanza pubblica. I giornalisti già lo devono (dovrebbero) rispettare: del ladro di polli beccato vent’anni fa – a meno che non ne abbia combinate altre, o che sia diventato un primo ministro – non si deve più parlare. Ma con internet come si fa? Cancelli (se ci riesci) di qua, rispunta di là. Senza contare un dato non irrilevante: la giurisdizione italiana non si estende su qualsiasi sito e qualsiasi server. Sarà anche per questo, immaginiamo, che il testo (dopo essere confluito in una mozione parlamentare, o almeno le intenzioni sono queste) verrà presentato in Brasile al prossimo Internet governance forum, per magari essere preso a modello da altri Stati. Non sappiamo – ma un motivo ci sarà – perché e in quale misura il mondo debba essere ispirato dal nostro Paese su un tema nel quale siamo in clamoroso ritardo. Stando all’ultimo Digital Agenda Scoreboard, in Europa siamo davanti solo a Grecia, Bulgaria e Romania, e in quanto a connettività superiamo – e di un niente – solo la Croazia. Certo, affermare (articolo 2, primo comma) che “l’accesso ad internet è diritto fondamentale della persona e condizione per il suo pieno sviluppo individuale e sociale” non costa nulla. Portare l’Adsl dove serve, invece costa. Ma, non c’è dubbio, è più utile.