Piccoli e grandi leghismi d’Europa e il muro dell’Ungheria

26 LUG 15
Ultimo aggiornamento: 14:48 | 22 LUG 25
Immagine di Piccoli e grandi leghismi d’Europa e il muro dell’Ungheria
Di fronte alla decisione presa dal governo ungherese di erigere un muro per arrestare la marea di disperati in fuga da guerre e stermini, la prima reazione è un angosciato moto di sdegno per la scelta di egoismo oscurantista e senza prospettive in cui sembra materializzarsi il peggior approccio possibile a questa emergenza epocale. La vicenda suggerisce però anche altre considerazioni legate alla storia della nazione magiara e, più in generale, dell’Europa contemporanea. L’impressione suscitata dal muro non deriva infatti solo dalla violenza insita in una struttura simile ad altre già realizzate in altre parti del mondo, ma dal suo assurgere a icona di un Paese che, in tempi rapidissimi e con spaventosa facilità, ha sdoganato, con il sigillo di elezioni democratiche, tutto il peggior armamentario di sciovinismo e di becera intolleranza che si sperava definitivamente sepolto sotto le sanguinanti macerie di due Guerre mondiali. Il nazionalismo ungherese, tempratosi in secoli di lotte contro gli Ottomani e nelle battaglie per ottenere l’indipendenza dall’Impero asburgico (obiettivo parzialmente raggiunto nel 1867, con lo status paritario garantito dalla duplice monarchia austro-ungarica) ha sempre avuto forti connotazioni aggressive; eloquente in tal senso il giudizio di Cavour che, a pochi anni dalla fallita insurrezione del 1848, affermava di esser disposto a morire per la libertà degli ungheresi ma di non invidiare il destino di quelle minoranze che si sarebbero poi trovate sotto il dominio di un’Ungheria libera e indipendente. Dopo la Grande Guerra, il regime fascista dell’ammiraglio Horty e l’alleanza con la Germania di Hitler esasperarono ulteriormente questa tendenza, culminata con la nascita delle Croci Frecciate, il partito filonazista di Ferenc Szálasi. La cappa di piombo calata con la dittatura comunista impedì una seria presa di coscienza che consentisse di elaborare in chiave democratica il sentimento di appartenenza nazionale, continuando anzi a far sopravvivere un patriottismo fascistoide e sciovinista sotto le mentite spoglie della lotta per riconquistare la libertà. La fine del dominio sovietico sull’Europa orientale ha fatto passare i germi di questo pericoloso nazionalismo da uno stato di latenza a uno di virulenza, giunto oggi al punto di sdoganare nel lessico della politica ungherese e di un partito che ha conquistato responsabilità di governo, posizioni apertamente razziste, antisemite e anti rom. Un muro contro gli ultimi del mondo, edificato in una nazione come questa, assume dunque un aspetto a dir poco truce e conferma tristemente le previsioni di chi nel 1989, uno su tutti Alexander Langer, non si era unito al coro un po’ ingenuo degli ottimisti a oltranza ma, vox clamantis in deserto, aveva messo in guardia sui nuovi pericolosi scenari che si aprivano con l’archiviazione della guerra fredda. La fine dei blocchi contrapposti, nel ridare la libertà a milioni di europei, ha riacceso infatti una miriade di nazionalismi artificialmente sopiti dal peso della cortina di ferro. Vent’anni fa, le guerre dei Balcani e il genocidio consumatosi in Bosnia furono la prima tragica conferma di quei foschi vaticini. Oggi, il rinascere in Ungheria di un nazionalismo violento e razzista, lo stesso da cui sono connotati i tanti leghismi delle piccole e grandi patrie che guardano all’Europa come un male assoluto, non fa che rafforzare i timori per il futuro. Da elemento di una Mitteleuropa crogiuolo di popoli, civiltà, culture e religioni, ad avanguardia di un Occidente rabbiosamente rinchiuso nella propria decadenza, l’Ungheria del 2015 ci offre così un’anticipazione degli oscuri scenari ai quali un subdolo piano inclinato sembra fatalmente avviarci se le forze sane di questo continente non sapranno opporvi un valido baluardo.