L’Unione Europea non ha futuro se non diventa Stati uniti d’Europa

12 LUG 15
Ultimo aggiornamento: 16:4822 LUG 25
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Seguirò l’ammonimento dell’antico poeta greco Archiloco: “Molte cose sa la volpe, ma il riccio ne sa una decisiva.” Le volpi che depredano i bilanci pubblici, svalutano la moneta, mandano in rovina i popoli sono sempre esistite, ma l’attuale situazione ha un solo colpevole: questa Europa. Non l’Europa federale, che non esiste, ma questa Europa, fatta di istituzioni comuni deboli e di governi nazionali che si credono forti. Già durante il secondo conflitto mondiale i federalisti hanno indicato la strada per risolvere i mali del Vecchio Continente: gli Stati Uniti d’Europa. Ma le nazioni europee, gelose di una sovranità sempre più evanescente, hanno preferito i piccoli passi. E i piccoli passi creano problemi sempre più grandi. Da un lato, infatti, promuovono una crescente integrazione, ma dall’altro non consentono quei trasferimenti di sovranità che permetterebbero di governare l’Europa come un tutto e non come una somma di litigiosi ed inconcludenti poteri nazionali. Stando così le cose, le crisi sono inevitabili e sempre più minacciose.Con l’euro alcuni Stati, divenuti ora 19, hanno fatto indubbiamente il passo più importante dell’ormai lungo processo di unificazione europea. Per i critici della moneta europea si è trattato di un passo più lungo della gamba. Per i federalisti, invece, ci si è accontentati di un passo, mentre occorreva fare un salto. Fuor di metafora, si è fatta una moneta senza uno Stato: senza una politica economica, senza un bilancio adeguato, senza un tesoro, in una parola senza un governo. Per un decennio le cose sono andate bene, tanto che si è persino sprecata l’occasione di dare una costituzione all’Europa. La crisi economico-finanziaria, annunciata nel 2007 e scoppiata nel 2008, ha messo fine all’illusione del business as usual. I mercati hanno scoperto non tanto che il re era nudo, ma che non esisteva affatto. Esistevano soltanto i poveri reucci nazionali ed hanno cominciato ad attaccarli partendo dal più debole, la Grecia. Poiché i più sprovveduti stavano cadendo come birilli, i più forti, sotto la regia della Germania, hanno accettato di salvarli, concedendo dei prestiti ed imponendo delle regole: two pack, six pack, fiscal compact, Meccanismo europeo di stabilità. A questi si sono aggiunti i provvedimenti della Bce e gli aiuti del Fmi. Si è così salvato l’euro, ma si è aggravato il deficit democratico, rafforzando gli organi intergovernativi (Consiglio europeo ed Ecofin) e tecnocratici (la Trojka) a scapito di quelli democratici (Parlamento europeo e parlamenti nazionali).Risultato: siamo in una terra di nessuno. La democrazia nazionale è stata progressivamente svuotata di poteri e competenze, ma non si è creata una democrazia europea. Non a caso nelle varie campagne elettorali viene esasperata la contrapposizione tra democrazia nazionale e tecnocrazia europea. I salvataggi condotti con metodi intergovernativi invece che da istituzioni sovranazionali e federali hanno prodotto però un esito ancora peggiore: la rinascita del nazionalismo, la bestia nera che per due volte ha devastato il nostro continente nella prima metà del XX secolo. Con le inevitabili semplificazioni della lotta politica si è arrivati così a contrapporre i Paesi del nord a quelli del sud e, soprattutto, la Germania alla Grecia.Se si prosegue su questa strada, la catastrofe è assicurata. L’Eurozona ha oggi di fronte a sé due alternative. La prima è lasciare che l’unione monetaria si trasformi in un’area a cambi fissi, rinunciando così all’irreversibilità della moneta unica sancita dai trattati e determinando l’uscita della Grecia e poi di altri Paesi. È la sorte toccata prima al Serpente monetario negli anni ‘70 e poi allo Sme nei primi anni ‘90. La seconda è completare l’unione monetaria con l’unione fiscale, economica e politica. Tertium non datur.