Il Pane che ci trasforma in se stesso

31 MAG 15
Ultimo aggiornamento: 07:39 | 13 GIU 26
Immagine di Il Pane che ci trasforma  in se stesso
“La Messa è ad un tempo e inseparabilmente il memoriale del sacrificio nel quale si perpetua il sacrificio della croce, e il sacro banchetto della Comunione al Corpo e al Sangue del Signore. Ma la celebrazione del sacrificio eucaristico è totalmente orientata all’unione intima dei fedeli con Cristo attraverso la Comunione. Comunicarsi è ricevere Cristo stesso che si è offerto per noi” (CCC 1382).In questo paragrafo vengono messi in sequenza tre dimensioni che caratterizzano la Messa: l’essere Sacrificio, l’essere Banchetto, con il fine di essere Cibo. L’altare stesso “rappresenta i due aspetti di uno stesso mistero: l’altare del sacrificio e la mensa del Signore” (CCC 1383). Ma il tutto è predisposto e finalizzato ad essere ricevuto. Diversamente, Sacrificio e Banchetto non raggiungerebbero il loro stesso fine: essere salvezza di chi li accoglie in sé.Del resto, Gesù stesso non ha esitato a dichiarare la necessità di accogliere Lui, Mistero Pasquale, Crocifisso Risorto, divenuto Eucaristia, al fine di avere la vita: «In verità in verità vi dico: se non mangiate la Carne del Figlio dell’Uomo e non bevete il suo Sangue, non avrete in voi la vita» (Gv 6,53 cit. in CCC 1384). Praticamente, tutto il discorso di Gesù riportato da Giovanni sul pane della vita, dal versetto 51 fino alla fine del capitolo 6, ribadisce sempre più inequivocabilmente la necessità di nutrirsi di Lui, nel segno sacramentale del pane e del vino, termini sostituiti da Giovanni con i due corrispondenti “carne e sangue”.Certo, un tale cibo va accolto con una adeguata preparazione (cfr CCC 1385). Lo stesso apostolo Paolo esorta a non mangiare il Pane e a non bere il Sangue in modo indegno (cf 1Cor 11,27-29). E per l’apostolo Paolo l’indegnità riguarda il mancato senso di fraternità dimostrato proprio dai cristiani di Corinto che si erano abituati a mangiare ognuno la propria cena, senza condividerla con chi era più povero. Se di fatto l’Eucaristia è il dono assoluto di Cristo a tutti i bisognosi di Misericordia, non usare misericordia, cioè non avere cuore per le situazioni di difficoltà dei fratelli verso i quali manifestare solidarietà, significava contraddire l’Eucaristia stessa. Come a dire che il peccato più grave che contraddice l’Eucaristia è l’individualismo egoista. Va da sé che nessuno può ritenersi degno di ricevere l’Eucaristia: «Signore, io non sono degno di partecipare alla tua mensa, ma di’ soltanto una parola e io sarò salvato».Vengono ricordati anche alcuni atteggiamenti: “Per prepararsi in modo conveniente a ricevere questo sacramento, i fedeli osserveranno il digiuno prescritto nella loro Chiesa. L’atteggiamento del corpo (gesti, abiti) esprimerà il rispetto, la solennità, la gioia di questo momento in cui Cristo diventa nostro ospite” (CCC 1387).A dire il vero, Cristo non va considerato solo come ospite. Ciò fa parte semmai del linguaggio popolare. Se ci appelliamo a S. Agostino avremo delle folgoranti sorprese. Proprio in un discorso sull’Eucaristia, fa dire all’Eucaristia stessa: «Non tu, uomo, trasformerai me in te, ma io trasformerò te in me!». Un metabolismo spirituale al contrario: chi si nutre dell’Eucaristia diventa Eucaristia! Cioè amore assoluto. Conviene tenere memorizzato questo pensiero di S. Agostino.