Anche il riposo richiede coerenza con la propria identità

La nostra stanchezza come «incenso che sale silenziosamente al Cielo... o che va dritta al cuore del Padre»: l’omelia papale del Giovedì Santo ha sorpreso un po’ tutti, riabilitando qualcosa che in genere ha un’accezione negativa, riduttiva o ambigua. Con acume introspettivo Francesco ci segnala al riguardo una tentazione singolare: quella di «riposare in un modo qualunque, come se il riposo non fosse una cosa di Dio». Il Creatore riposa? Certo, quando vede ciò che ha fatto e si commuove, perché è bello, straordinariamente bello. Ecco cos’è il riposo, divino e umano.Riposare non è staccare la spina o passare dall’impegno al disimpegno… Il riposo è una condizione di ordine interno o di corrispondenza lineare tra quel che uno è e quel che fa, tra motivazione e azione, che crea armonia nel soggetto. Costui crede in ciò che fa, lo trova in linea con la sua propria identità, lo sente buono e bello e lo compie volentieri anche se gli può costare una certa fatica; che sale a Dio come incenso.C’è riposo non dove c’è poco da fare, dunque, ma laddove la persona ha un’unica grande passione nel cuore, così grande che la può vivere in ogni sua operazione. Ovvio che c’è un limite a tutto, per cui la notte è fatta per dormire e nessuno può presumere di sé o giocare a far l’eroe, ma chi vive in una situazione di ordine e unità interiore può fare anche molte cose senza rischiare l’esaurimento nervoso o cardiaco, perché è profondamente unificato-appagato in quel che fa, come facesse un’unica cosa. Chi è diviso interiormente, invece, è più esposto a un dispendio logorante di energie, perché è come avesse più padroni cui deve pagar dazio, ed è chiaro che si stanca e s’affatica, troppo e inutilmente. Divenendo spesso intrattabile.Il riposo o una certa distensione, allora, non è nemmeno ciò che viene dopo il lavoro, ma ciò che lo deve caratterizzare. Non sono i 15 giorni sindacali di ferie all’anno o i fine-giornata consumati alla ricerca, magari, di ambigue e misere compensazioni (cliccando e navigando qua e là), ma la coerenza con cui lavoro e vivo. Poiché nulla come la coerenza dà distensione. Ecco perché a volte uno torna dalle cosiddette ferie più nervoso di prima, o perché quelle balorde compensazioni serali-notturne lasciano dentro un retrogusto amaro e frustrante e sottraggono libertà (tanto che la sera dopo è la stessa… liturgia).“Imparare a riposare”, allora, vuol dire educarci alla distensione sana, davvero riposante. C’è una distensione che potremmo chiamare essenziale nella vita del prete, come conseguenza salutare della coerenza della vita costruita attorno a un unico grande amore. Tale distensione non può mancare, dà energia per affrontare la fatica tipicamente pastorale, ed è tanto più sperimentata nel rapporto diretto con Dio. Cui il don non rinuncia, nemmeno quando giunge stanco a sera (“che sia la santa pagina ad accogliere il tuo volto cadente dal sonno”, S. Girolamo). C’è poi una distensione creativa, che consiste nella espressione delle proprie qualità personali, abilità, hobbies, creatività… Un prete ha bisogno di esprimere le proprie ricchezze, in cui riconosce la propria originalità. Tali doti (artistiche, manuali, intellettuali…) arricchiscono il suo esser prete e pastore, gli danno colore e originalità e vanno vissute in linea con la sua verità, al servizio della sua identità.Infine c’è una distensione ri-creativa, che consiste nello svago, nel giorno out, nella passeggiata in montagna, nell’andare a vedersi una bella mostra, un film o anche solo a mangiare una pizza in compagnia… A condizione che pure lo svago sia in sé coerente con la propria vocazione, che uno non debba farlo in incognito perché sennò se ne vergognerebbe. E possibilmente in compagnia (il massimo sarebbe col gruppetto di amici preti).Insomma, dimmi come riposi e ti dirò chi sei.