Governare non è distribuire diritti avvalendosi del consenso sociale

28 FEB 15
Ultimo aggiornamento: 02:43 | 19 GIU 26
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La polemica politica in Italia è come il pane quotidiano. Non c’è fatto, avvenimento, dalle piccole beghe di mercato alle grandi questioni internazionali, che non abbia uno strascico di polemica politica e il sapore della mistificazione: “sono tutti così” si dice a riguardo dei politici, dei cattolici, dei mussulmani, e via dicendo. La discussione è fisiologica in politica, si sa, ma siamo entrati in una fase patologica nella quale tutto diventa pretesto per dimostrare qualcos’altro. A questo punto si tirano in ballo i valori etici e morali, religiosi e laici, civili ed economici. Impostare così la questione del rapporto tra politica e valori presta il fianco alle manipolazioni e soprattutto dà l’impressione di dover parlare delle cose fondamentali quando non ci sono più. “Chiudere le porte quando i buoi sono scappati” si dice dalle nostre parti. La politica di per sé decide, esprime un potere, esercita un’autorità. Ma chi autorizza la politica a decidere? E su che cosa può decidere? Nel Medioevo si invocava l’autorità divina (e si adoperava quella del più forte), nell’età moderna si afferma l’autorità della ragione e dell’esperienza scientifica, oggi vige l’autorità della legge e del consenso. Ma è sufficiente una o più di queste dimensioni per autorizzare una decisione politica? L’impressione ultimamente è che la politica si sia fortemente concentrata sul potere e sulla decisione anziché sulla tessitura di legami e sulla armonizzazione delle differenze. Nella tradizione cristiana l’autorità non discende dal consenso, dalla legge, dalla ragione, o dalla forza, ma è un dono che ci precede. Alla fine l’autorità è un atto di fede e lo stesso si dice del rapporto tra i cittadini. Il patto politico è improntato sulla fiducia come un legame che ci tiene uniti, una fides cioè una corda alla quale tutti ci aggrappiamo. Diversamente insegna il pensiero unico dominante, che spazia da destra a sinistra, secondo il quale esiste semplicemente un insieme di diritti individuali, regolati dal potere politico derivante dal consenso sociale. In questa visione la società civile è un sistema in permanente competizione e la politica ha il compito di regolare i conflitti eliminando le differenze. “Vogliamo demolire tutto per costruire sul nulla il nuovo” scriveva Liberation all’indomani dei fatti di Parigi, quando usciva con la prima pagina infarcita con 29 bestemmie verso tutte le religioni, come a dire che la libertà di espressione è un valore assoluto perché se mettiamo un limite a questa esso è destinato ad ampliarsi fino a negarla completamente. Il fine della politica consisterebbe nel garantire alcuni diritti assoluti, sciolti da qualsiasi vincolo, tra cui la libertà di parola e di espressione. E allora ci può essere un diritto anche alla blasfemia. Rimane però un dubbio: la libertà di parola avrebbe più diritto della libertà di praticare una fede e chiedere che questa sia rispettata? Se i diritti non hanno dei limiti, cioè dei doveri e non rispondono a nessuno, diventano pericolosi strumenti di oppressione. Se i diritti non hanno una base antropologica in comune vanno di necessità in conflitto tra di loro. Ci sono invece alcuni beni che di necessità sono comuni, per esempio la salute, la sicurezza e la fiducia, la scuola e la formazione dei giovani, la famiglia, lo sviluppo e il benessere economico, il lavoro. Queste non sono questioni private che si possono risolvere semplicemente distribuendo dei diritti, sono invece questioni sulle quali dobbiamo trovare un accordo, un consenso ragionevole fondato su una visione condivisa della persona umana. In futuro ci saranno sempre più differenze, più globalizzazione e servirà sicuramente più politica che leggi, un patto e una cultura sull’umano. Perché non si possono addomesticare i lupi con le leggi.