Il lettore non è più l’unico padrone: così cala la fiducia nei mass media

31 GEN 15
Ultimo aggiornamento: 16:4822 LUG 25
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Si è accentuato, da tempo, il fenomeno della sfiducia nei confronti dei giornali, ma anche, e più in generale, dell’informazione radiotelevisiva. Si tratta di una tendenza che, parallelamente, fa registrare un maggiore apprezzamento per i contenuti circolanti in internet e fruibili in modo sempre più facile. La navigazione in rete sembra alimentare la convinzione che il web offra una migliore qualità dei contenuti rispetto al giornalismo “tradizionale”, anche se porta a sottovalutare o addirittura a ignorare le incognite che gravano sull’attendibilità dell’informazione diffusa via internet, sulla sua riduzione, spesso, al racconto di fatti veri o presunti, privo di un “trattamento” utile alla loro valutazione, alla comprensione delle loro cause e delle loro conseguenze (senza la “mediazione”, in sintesi, di professionisti dell’informazione): l’informazione come soddisfazione della semplice curiosità, non come comprensione della realtà.Il punto di partenza della sfiducia nei media “tradizionali” – stampa, radio, televisione – è, in effetti, un vizio di fondo che ne caratterizza da sempre la gestione. Deriva dai costi dell’informazione “organizzata”, dalla natura mercantile degli organi di informazione (venduti e/o sovvenzionati dalla pubblicità), dalla possibilità di una loro strumentalizzazione nell’interesse di chi li possiede o controlla: alla loro funzione di servizio al pubblico, finisce per sostituirsi una funzione partigiana, in base al vecchio proverbio “chi paga l’orchestra sceglie la musica”. Musica che, nel nostro caso è la cattiva qualità (parzialità, incompletezza) dell’informazione diffusa, sempre più condizionata anche dalla cattura spasmodica dell’audience.Se non che, una volta ricordata la palla di piombo al piede dell’informazione “organizzata”, non si possono ignorare i torti dei suoi potenziali o reali fruitori e la loro apertura di credito, quasi incondizionata, a favore dell’informazione in rete: la diffusa diffidenza verso i media tradizionali porta a negare l’importanza dell’informazione “professionale” e ad alimentare una scarsa se non scarsissima tendenza a usufruirne con adeguate capacità critiche. La situazione di crisi vede dunque di fronte, da un lato, fonti professionalmente organizzate e riconoscibili, ma subordinate a interessi particolari; dall’altro fonti considerate “libere”, ma spesso sottratte a verifiche di autenticità e di attendibilità dei contenuti diffusi. Al tempo stesso sono in gioco il livello educativo, generale e specificamente riguardante l’uso dei media, nonché il ruolo dell’informazione, collegato al valore della partecipazione alle scelte collettive.Di fronte a un panorama preoccupante, appare necessaria un’autocritica che deve partire sia dai protagonisti professionali del giornalismo, sia dai fruitori dell’informazione: i primi chiamati a fornire un indispensabile, onesto e credibile strumento partecipativo – politico, sociale, culturale, religioso –, i secondi tenuti al diritto/dovere di conoscere per giudicare e agire. I media tradizionali – per non perdere ulteriormente credibilità, ma anche lettori o ascoltatori – dovrebbero rivedere radicalmente il loro ruolo di servizio (per i destinatari e non per i “padroni”), i cittadini dovrebbero invece riflettere sulle maggiori garanzie che possono offrire fonti riconoscibili e professionalmente gestite, purché sottratte, naturalmente, ai condizionamenti che ne compromettano la funzione di autentico servizio.È, se si vuole, la sfida etica alla prepotenza dei poteri, le cui conseguenze si riflettono sulla formazione dell’opinione pubblica, dalla cui qualità dipende la capacità/possibilità dei cittadini di partecipare liberamente, e liberamente informati, alla discussione sui fatti e sui problemi di interesse comune e così concorrere consapevolmente alle decisioni che li riguardano.