Il sacrificio di una mamma e le sentenze dei social network

8 GEN 15
Ultimo aggiornamento: 23:52 | 12 GIU 26
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Lo capiscono anche i bambini, almeno quelli che hanno visto Il Re Leone, che Mufasa è un padre buono. Lo sarebbe stato, con ogni probabilità, anche se non fosse morto per salvare il figlio Simba, perché non si può pretendere da chiunque un gesto di eroismo. Tuttavia, quel sacrificio toglie ogni dubbio. In Mufasa, sguardo severo e voce profonda (quella di Vittorio Gassman, d’altra parte), spinto nel dirupo dal fratello Scar, rivediamo i volti di grandi e piccoli protagonisti della storia del mondo, della nostra storia. Dei nostri vecchi che hanno sofferto la fame e si sono spaccati la schiena in fabbrica per noi, che ancora non esistevamo ma già, chissà come, eravamo in qualche misura amati. Di chi – in tempi drammatici – ha avuto il coraggio di opporsi a un orrore divenuto convenzione. Di Veronica Giazzon da Treviso, oggi. Una donna che nel 2013 si è ritrovata ad avere in grembo Matilde, la secondogenita, e nel corpo una forma aggressiva di leucemia. Da combattere, per affermare la vita. Ma come fai a bombardare un nemico che ha in ostaggio tua figlia? Veronica, 36 anni, ha aspettato. Sapeva – oh, certo che lo sapeva, essendo infermiera – del rischio a cui stava andando incontro. La sua croce se l’è trascinata su di un Calvario che, più che a un monte, è assomigliato a una parete rocciosa, da scalare. Matilde è venuta al mondo e sua madre, pochi mesi dopo, ha avuto una pesante ricaduta. È tornata a Verona e lì è morta. Se avesse sparato subito al nemico (col rischio di colpire Matilde), la storia sarebbe stata un’altra? Nessuno può dirlo, ma è possibile. Se corri contro Usain Bolt, e gli dai pure venti metri di vantaggio, non aspettarti di batterlo. Se dai a una leucemia dei mesi per fare il cattivo e il cattivo tempo (di bello non c’è proprio nulla), non pretendere che il tuo fisico vinca la battaglia. Nessuno – o forse qualche persona senza cuore – poteva chiedere a Veronica un gesto tanto eroico. Però c’è stato, e non si può fare altro che commuoversi, e pensarci sopra (o pregarci sopra: ma sono punti di vista). Così, stupiscono – e irritano – le sentenze di condanna piovute dai social network (da chi ci scrive, ossia da persone con nomi e cognomi) contro la donna. Scrive Marinella, commentando l’articolo dell’Huffington Post: Veronica “ha salvato una bambina che crescerà senza la madre, e ha privato la primogenita della madre. È giusto?”. Martina le va dietro: “Lascia due orfane mentre avrebbe potuto lasciarne una sola”. Ginevra: “Mi sembra molto un suicidio camuffato. Non ha nemmeno pensato alla bambina già nata”. Maria Grazia: “Non credo abbia fatto una cosa giusta”. Donatella: “Ma perché... Questo culto del sacrificio”. Adriana, da un altro sito: “Ha lasciato degli orfani e un vedovo. Forse figli poteva averne ancora, se fosse guarita. Non credo sia giusto”. Sorprendono due cose, almeno. L’incapacità di contemplare (è un parolone? Diciamo ammirare, allora) un gesto d’amore pieno, incondizionato, libero per quella libertà che a Veronica è stata data. Certo, se avesse avuto la possibilità di crescere le due figlie – e crescere con le due figlie – non si sarebbe tirata indietro (e perché mai, poi?). È chiaro: senza la mamma, quella famiglia sarà zoppicante e frastornata, e speriamo che la gente veneta ci metta il cuore per dare segnali di presenza e speranza; è altrettanto vero però che è troppo facile giocare con le vite degli altri, e urlare in faccia a Matilde, venuta al mondo da poche ore, che sarebbe stato meglio non fosse mai nata. Ma forse fanno ancora più paura i nomi di chi, su internet, non ha esitato a scrivere quegli orrori. Marinella, Martina, Ginevra, Maria Grazia, Donatella, Adriana. Donne, che la natura ha fatto apertura alla vita, trionfo di vita. Chissà se almeno una volta anche loro hanno pianto, con Simba, davanti al corpo inerme di quel padre buono.