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Se il tempio diventa sorgente, anche le tasse sono Giubileo

La vita spirituale comincia nella semplicità assoluta – “E c’era soltanto una voce”. Presto però si complica mentre si arricchisce, perché la prima voce nuda della giovinezza diventa culto, religione, tempio, oggetti sacri, dogmi. Ma alla fine, dopo molto tempo, se la vita funziona e non ci butta fuoristrada in qualche curva particolarmente ostica e cieca, si ritorna semplici e poveri. E lì, a piedi scalzi, si capisce finalmente che nella vita conta solo provare a diventare sempre più piccoli e semplici per provare a passare attraverso l’asola dell’ago dell’angelo - perché qualsiasi oggetto e suppellettile religioso che ci portiamo dietro ci impediscono il passaggio. Passeranno soltanto quella prima voce sottile, forse un amico buono, e un brandello di verità su noi stessi. Trascorriamo buona parte della vita a cercare Dio nei templi e nei luoghi del sacro, per accorgerci, quasi sempre troppo tardi o alla fine, che quanto cercavamo si trovava, semplicemente, dentro casa, nelle semplici faccende di tutti i giorni, tra le stoviglie e la credenza. Ma non potevamo saperlo prima dell’attraversamento dell’ultima cruna. Continuiamo lo studio del Giubileo biblico. Secondo una antica tradizione ebraica, la grandiosa visione del tempio del profeta Ezechiele cadde «nell’anno del Giubileo» (Talmud Arakhin 12b,6). Il Talmud cita infatti lì l’inizio del capitolo 40 di Ezechiele, che contiene il racconto di quella stupenda teofania, un centro di gravità di tutta la Bibbia: «Nell’anno venticinquesimo della nostra deportazione, al principio dell'anno, il dieci del mese, quattordici anni da quando era stata presa la città [Gerusalemme], in quel medesimo giorno, la mano del Signore fu sopra di me ed egli mi condusse là» (Ezechiele 40,1). Un evento collocato sugli assi del tempo e dello spazio con la solennità di un testamento - perché di testamento, in realtà, si tratta. Questa tradizione talmudica, situando la visione del tempio di Ezechiele in un anno giubilare, ci dice qualcosa di molto utile per la comprensione della natura e della cultura del Giubileo. Alcune coordinate storiche sono forse necessarie. Ezechiele, profeta tra i massimi, svolse la sua missione in esilio, perché a venticinque anni finì in Babilonia durante la prima deportazione (del 598 a.c.), quella che riguardò le élite tecniche e intellettuali. Dobbiamo poi tener sempre presente un altro elemento essenziale. Molte delle parole che la Bibbia ci ha lasciato sul Giubileo e sulla cultura sabbatica che ne rappresenta la radice, furono scritte o completate durante l’esilio babilonese. Sarebbero state molto diverse, certamente meno profetiche, senza Ezechiele, senza il cosiddetto “secondo Isaia” (l’autore, tra l’altro, dei “canti del servo di YHWH”), e, sebbene in modo diverso, senza Geremia. Le norme del Giubileo sono parte della Legge, ma non si comprendono senza i profeti. Il Giubileo è, infatti, Legge e Spirito, istituzione e profezia, già e non ancora. Ezechiele aveva profetizzato la distruzione del tempio anni prima che questa si compisse, e aveva fatto di quella futura distruzione il centro del suo messaggio profetico, che rappresenta una vetta, forse lavetta, della profezia biblica. A Babilonia non c’era tempio, c’erano i santuari degli altri dèi, falsi e bugiardi. A Gerusalemme, il tempio dell’unico Dio vero sarebbe stato distrutto, profetizzava il giovane Ezechiele, e così accadde. Ad Ezechiele, che era anche sacerdote (senza tempio), spettò il compito decisivo di dover insegnare al popolo che il Dio vero, diversamente dagli idoli, non ha bisogno del recinto sacro del tempio per essere presente e operare. Il dato fattuale dell’assenza di tempio in esilio e della sua distruzione in patria, divenne dato teologico ed etico: il tempio non è necessario per la fede, anzi può diventarne facilmente ostacolo. L’esilio fu una immensa distruzione creatrice della fede d’Israele. Tornando piccoli, poveri, azzerati dalla sconfitta teologica e politica più grande, in quegli esiliati si compì qualcosa di straordinario che segnò l’inizio di una nuova era religiosa: l’età dello spirito,del Dio presente fuori dal tempio e in ogni luogo, quindi l’epoca della laicità vera, della religione della terra. In quella visione del tempio, Ezechiele supera in un attimo millenni di religione materiale che aveva bisogno di vedere statue e immagini nei templi e nei santuari per sentire la presenza della divinità. Non lo potevano sapere, ma in Babilonia quei deportati iniziarono a adorare Dio «in spirito e verità». Infatti, la visione di Ezechiele inizia con un nuovo tempio e finisce con la meravigliosa e potente immagine di un fiume, in una pagina tra le più alte di tutta la letteratura antica, che ci lascia ancora incantati: «Mi condusse poi all'ingresso del tempio e vidi che sotto la soglia del tempio usciva acqua verso oriente… Quell'acqua scendeva sotto il lato destro del tempio, dalla parte meridionale dell'altare. Mi condusse fuori dalla porta settentrionale e mi fece girare all'esterno, fino alla porta esterna rivolta a oriente, e vidi che l'acqua scaturiva dal lato destro… Era un torrente che non potevo attraversare, perché le acque erano cresciute; erano acque navigabili, un fiume che non si poteva passare a guado. Allora egli mi disse: “Hai visto, figlio dell'uomo?” ». (Ez 47,1-6). Il tempio diventa sorgentee poi fiume. Una sintesi dell’umanesimo biblico. L’acqua dello spirito che feconda la terra, non è donata per lavare gli scolatoi del sangue dei sacrifici sotto l’altare del tempio. E come la Legge, anche il tempio è un pedagogo,che un giorno deve mettersi da parte per far posto al contatto immediato con l’acqua viva. La piazza sarà il nuovo nome del tempio. Qui il giovane sacerdote Ezechiele muore e risorge nel vecchio profeta. In realtà, noi sappiamo che nonostante la visione di Ezechiele e le parole simili dei Vangeli, di Paolo e dell’Apocalisse, l’homo religioususdi ieri e di oggi ha dimenticato mille volte il senso profondo di quella profezia. Anche i cristiani hanno recintato Dio nei luoghi del sacro, gli hanno consacratocose e persone, e si sono dimenticati della visione di Ezechiele. Perché alle donne e agli uomini religiosi piacciono più i santuari dei fiumi, più le messe delle piazze, più l’odore dell’incenso di quello della cucina o delle fabbriche. E così, ogni giorno, trasformiamo la fede in un bene di consumo, il tempio in un divano, il Giubileo in un attraversamento di una porta, la religione in una zona di comfort, e Dio ritorna incatenato nei luoghi angusti che noi gli prepariamo senza chiedergli il permesso. La Bibbia lo sa bene, certamente lo sanno i suoi profeti; e per questo ha custodito per noi la visione di un profeta al quale, ormai vicino alla fine della sua missione, in un giorno adulto (aveva ormai più di cinquant’anni, di cui venticinque trascorsi in esilio) lo Spirito fece vedere il nuovo tempio-fiume nella nuova Gerusalemme - e la sua profezia è compiuta. Il tempio si dissolve per diventare acqua che irriga e disseta la terra. Einfine torniamo al Giubileo. È in questo contesto del tempio- sorgente universale e laica, dove troviamo infatti alcune indicazioni economiche: “Abbiate bilance giuste, efagiusta, batgiusto.… Questa sarà l'offerta che voi preleverete: un sesto di efaper ogni homerdi frumento e un sesto di efaper ogni homerdi orzo… Dieci batcorrispondono a un homer.Dal gregge, dai prati fertili d'Israele, una pecora ogni duecento. Questa sarà data per le oblazioni, per gli olocausti, per i sacrifici di comunione” (Ez 45,10-15). Se il tempio diventa acqua, se il luogo della religione è la strada, non può stupirci che per il Talmud queste sono norme giubilari.E così, nel cuore di questi capitoli tutti consacrati ad una delle più grandi teofanie bibliche, Ezechiele ci parla di bilance, di efa, di bat, di homer (unità di peso e di misura), di monete, di pecore, ci parla di tasse, perché di tassein effetti si tratta.Cosa c’entrano le tasse con il nuovo tempiosorgente? Noi sappiamo che nel mondo antico, Israele compreso, il tempio era anche il centro di raccolta e di impiego delle tasse, in particolare delle decime sui prodotti agricoli. Ma perché si parla di tasse anche nel nuovo non-tempioormai divenuto grandi acque? La risposta è semplice. Nella Bibbia le tasse non sono né furto, né usurpazione né strumento di guerra, né, tantomeno, dazi: sono reciprocità, espressione della regola d’oro e della legge di comunione che deve ispirare la vita del popolo. Non capiamo, infatti, la Bibbia se non leggiamo la liberazione dall’Egitto insieme alle tasse, la Legge di Mosè con le monete, gli angeli e le visioni insieme ai contratti e ai debiti, i denari di Giuda e del buon Samaritano con il sepolcro vuoto. Ma noi, che abbiamo dimenticato la Bibbia e i vangeli, pensiamo che le cose davvero importanti della fede siano le parole celesti, le preghiere, le apparizioni, e così releghiamo l’economia e la finanza a materia bassa, alle “cose di quaggiù”, a faccende secondarie per addetti ai lavori, alle mense dei diaconi. Riduciamo a poca cosa sia la fede che l’economia, entrambe snaturate e pervertite, e poi le collochiamo in un regno di tenebre dove mammona diventa Dio, e Dio diventa mammona. E invece la Bibbia ci ripete in continuazione che le tasse sono shabbat, hanno la stessa importanza del giubileo, della spigolatura di Rut, del roveto ardente e del mare aperto: «Così dice YHWH: Basta, prìncipi d'Israele, basta con le violenze e le rapine! Agite secondo il diritto e la giustizia; eliminate le vostre estorsioni dal mio popolo» (Ez 45,9). Solo o se teniamo assieme l’Ezechiele della visione del nuovo tempio come l’Ezechiele che dice “basta” alle ingiustizie economiche, la Bibbia diventa liberazione e ci aiuta oggi a dire anche noi “basta” alle violenze, alle rapine e alle estorsioni dei nostri potenti e dei nostri re, anche se non lo facciamo mai abbastanza. Sono queste le verità umili, terrestri e laiche che ci donano i profeti, per insegnarci anche il vero senso del Giubileo.
4 MAG 25
- | Il profeta Ezechiele, Cappella Sistina, Michelangelo

Vaticano II, la via di Francesco: novità nel solco della Tradizione

Un percorso limpido e profondo attraverso il magistero di papa Francesco. In queste pagine di Stefania Falasca, vaticanista e amica personale del Papa, si dipanano le “vie maestre” del pontificato: il ritorno al Vangelo, la riscoperta della sinodalità, il primato della misericordia, l’opzione per i poveri, il dialogo interreligioso e la tensione ecumenica. Con rigore e partecipazione, l’autrice mostra come Francesco, figlio del Concilio, non innova per rottura ma per fedeltà alla tradizione viva, guidato dallo Spirito e animato dal desiderio di una Chiesa vicina all’uomo, capace di testimoniare la gioia del Vangelo nel mondo contemporaneo. Attraverso memorie personali, citazioni preziose e un’attenta ricostruzione delle radici teologiche e pastorali del pontificato, il testo restituisce una visione organica del cammino della Chiesa oggi: una Chiesa “in uscita”, povera, fraterna, generativa, fedele al mandato del Signore. «Non ho dato nessuna accelerazione. Nella misura in cui andiamo avanti, il cammino sembra andare più veloce, è il motus in fine velocior, per dirla secondo quel processo espresso nella fisica aristotelica». Con queste affermazioni, nell’intervista che mi aveva rilasciato per «Avvenire» il 18 novembre 2016, al ritorno del viaggio apostolico in Svezia per commemorare il cinquecentesimo anniversario della Riforma luterana, papa Francesco delineava con molta chiarezza la prospettiva del suo ministero petrino e ricordava – sgombrando il campo da confusioni – che per sua natura la Chiesa non è proprietà del Papa e che dunque non è il Papa a fare la Chiesa: «Non sono io». Dichiarava così di andare avanti nel solco della Tradizione e di seguire la Chiesa. Una prospettiva che non era una novità. «Per rimanere fedeli bisogna uscire. San Vincenzo di Lérins fa il paragone tra lo sviluppo biologico dell’uomo, tra l’uomo che cresce e la Tradizione che, nel trasmettere da un’epoca all’altra il depositum fidei, cresce e si consolida con il passo del tempo: «Ut annis scilicet consolidetur, dilatetur tempore, sublimetur aetate». Era il 13 maggio 2007 ad Aparecida, in Brasile, dove eravamo arrivati con il volo papale di Benedetto XVI nel giorno dell’inaugurazione della quinta Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano. Sotto i portici del grande Santuario mariano incontrai il cardinale Jorge Mario Bergoglio, allora arcivescovo di Buenos Aires, che avevo conosciuto cinque anni prima a Roma, quando venne ospite presso la nostra famiglia. Gli chiesi del suo incontro con Benedetto XVI e delle prospettive di quell’assise. Mi fece quest’accenno a Vincenzo di Lerins, santo del V secolo della Chiesa d’Oriente e d’Occidente, e all’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi di Paolo VI, dicendomi che ne avremmo riparlato quando sarebbe venuto a Roma. […] Francesco ha fatto così progredire la Chiesa lungo la dorsale di quelle che sono le strade maestre indicate dal Concilio Vaticano II nel solco della Tradizione. Quelle della risalita alle fonti del Vangelo, di una rinnovata missionarietà, della sinodalità e povertà nella Chiesa, del dialogo con la contemporaneità, della ricerca dell’unità con i fratelli cristiani, del dialogo interreligioso in favore della ricerca della pace, che sono il lascito del Vaticano II e hanno distinto gli anni del pontificato. Quelle che papa Francesco aveva espresso in modo programmatico già la sera stessa dell’elezione, il 13 marzo 2013, nel primo saluto, nella prima preghiera e nella prima benedizione dalla loggia centrale della Basilica di San Pietro. […] In quelle che sembravano parole estemporanee pronunciate da Francesco la sera dell’elezione, poi articolate nel primo discorso al Corpo diplomatico del 22 marzo 2013, c’era già esposta la visione intera di un pontificato, sgorgando dalla fonte della fede e dall’aver fatto proprio il Concilio Vaticano II nella sua interezza come ressourcement, «risalita alle sorgenti ». Incipit che sulla «linea che il Concilio ha insegnato» è comprensivo della natura e della missione della Chiesa alla luce della Lumen gentium, nel solco della Tradizione. A papa Francesco, è stato osservato, le speculazioni sul Concilio non sono interessate granché, così come ha sempre ignorato quanti hanno scambiato le «tradizioni» di una generazione fa con la grande Tradizione, a cui non solo il grande teologo conciliare Yves Congar riservava la maiuscola e della quale il Concilio è frutto e sviluppo nella comprensione del Vangelo: « Il Vaticano II è stato una rilettura del Vangelo alla luce della cultura contemporanea. Ha prodotto un movimento di rinnovamento che semplicemente viene dal Vangelo». L’affermazione pronunciata da Francesco fin dal primo anno del suo pontificato aveva reciso da sola tutta una stagione di riduzione dell’evento conciliare a frasario per disattenderne le istanze profonde e decisive. Per il primo Papa a essere stato ordinato prete dopo il Concilio, esso è tale per essere vissuto nel suo insieme. E se dal saluto iniziale del pontificato di papa Francesco si intravedeva già il cammino poi percorso lungo le strade maestre indicate dal Concilio, quelle prime parole fanno anche comprendere come non sia il Papa a fare la Chiesa: «Si tratta solo di essere docili allo Spirito Santo, di lasciar fare a Lui» ha affermato nell’intervista per « Avvenire ». «Con la Lumen gentium la Chiesa è risalita alle sorgenti della sua natura, il Vangelo. La Chiesa è il Vangelo, è l’opera di Gesù Cristo. Non è un cammino di idee, uno strumento per affermarle». «Nella Chiesa le cose entrano nel tempo quando il tempo è maturo quando si offre. Così lo Spirito porta avanti i processi nella Chiesa, fino al compimento [...]. Solo Cristo con l’azione dello Spirito può muovere la Chiesa e farla andare avanti»: rileva dunque anche quanto sia improprio guardare al Successore di Pietro «separato dal corpo della Chiesa, che è di Cristo», come papa Francesco ha ribadito ancora nella medesima intervista: «Non sono io. Questo è il cammino dal Concilio che va avanti, che s’intensifica. Questo cammino è il cammino della Chiesa. Io seguo la Chiesa». «Il Concilio è stato una riletturadel Vangelo alla luce della cultura contemporanea.Ha prodotto un movimento di rinnovamentoche semplicemente viene dal Vangelo» ​ E cosa ha significato per papa Francesco seguire la Chiesa? Seguire il cammino della Chiesa nel solco della Tradizione che dal Concilio va avanti? - Ha significato riprendere tout court e portare avanti il lascito del Vaticano II che «è stato una rilettura del Vangelo alla luce della cultura contemporanea», nella certezza che «la dinamica di lettura del Vangelo attualizzata nell’oggi, che è stata propria del Concilio, è assolutamente irreversibile». – Ha significato riscoprire la natura costitutiva della Chiesa, la «medicina della misericordia », e richiamare a una conversione missionaria di tutto il popolo di Dio nella sinodalità e nel servizio ai poveri, secondo le strade maestre alle quali era risalito il Concilio, indicate come prospettiva per crescere nella fedeltà. – Ha significato percorrere la via su cui la Chiesa è chiamata a camminare: il dialogo. Percorrere quindi una prospettiva ecclesiale ed ecclesiologica, perché quando si dice dialogo, nella Chiesa, si dice colloquium salutis, ovvero la fedeltà a Cristo nell’Ecclesiam suam, come descritto nell’enciclica di Paolo VI, che indica «per quali vie la Chiesa debba oggi adempire al suo mandato». – Ha significato portare avanti il dovere dell’ecumenismo: «Da quando è stato promulgato il decreto conciliare Unitatis redintegratio, più di cinquant’anni fa, e si è riscoperta la fratellanza cristiana basata sull’unico battesimo e sulla stessa fede in Cristo, il cammino sulla strada della ricerca dell’unità è andato avanti a piccoli e grandi passi e ha dato i suoi frutti. Continuo a seguire questi passi». – Ha significato riprendere e proseguire nella prospettiva della Nostra aetate, la «dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane», firmata da Paolo VI e da tutti i Padri conciliari il 28 ottobre del 1965: «Nel nostro tempo in cui il genere umano si unifica di giorno in giorno più strettamente e cresce l’interdipendenza tra i vari popoli, la Chiesa esamina con maggiore attenzione la natura delle sue relazioni con le religioni non-cristiane. Nel suo dovere di pro- muovere l’unità e la carità tra gli uomini, ed anzi tra i popoli, essa in primo luogo esamina qui tutto ciò che gli uomini hanno in comune e che li spinge a vivere insieme il loro comune destino». E portare avanti la «fraternità universale» descritta nella Nostra aetate: « Non possiamo invocare Dio come Padre di tutti gli uomini, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni tra gli uomini che sono creati ad immagine di Dio. L’at-teggiamento dell’uomo verso Dio Padre e quello dell’uomo verso gli altri uomini suoi fratelli sono talmente connessi che la Scrittura dice: “Chi non ama, non conosce Dio”». – Ha significato quindi portare avanti alla lettera il dialogo con le altre religioni e considerarle al servizio della fraternità universale per la pace nel mondo. È con questa visione che, nell’incontro del 4 febbraio 2019, papa Francesco e il grande imam di Al-Azhar Ahamad al-Tayyeb hanno siglato ad Abu Dhabi il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune: « Dio è il Creatore di tutto e di tutti, per cui siamo membri di un’unica famiglia e, come tali, dobbiamo riconoscerci» aveva affermato ricordando che è «questo il criterio fondamentale che la fede ci offre per passare dalla mera tolleranza alla convivenza fraterna». Alla luce di quell’eventoil pontificato di Bergoglioha seguito alcune indicazioni chiare:rileggere la Parola, i poveri,la missionarietà, il dialogo tra le fedi ​ – Ha significato agire incessantemente per la ricerca della pace sul modello di Cristo. « La intendiamo dalla voce di Gesù risorto: è la parola “pace”. Essa è primariamente un dono di Dio: è Lui che ci lascia la sua pace (cfr. Gv 14,27); ma nello stesso tempo è una nostra responsabilità: “Beati gli operatori di pace” (Mt 5,9). Lavorare per la pace. [...] Alla vigilia di Natale del 1944, Pio XII pronunciò un celebre Radiomessaggio ai popoli del mondo intero. La seconda guerra mondiale stava avvicinandosi alla conclusione dopo oltre cinque anni di conflitto e l’umanità – disse il Pontefice – avvertiva “una volontà sempre più chiara e ferma: fare di questa guerra mondiale, di questo universale sconvolgimento, il punto da cui prenda le mosse un’era novella per il rinnovamento profondo”. Ottant’anni dopo, la spinta a quel “rinnovamento profondo” sembra essersi esaurita e il mondo è attraversato da un crescente numero di conflitti che lentamente trasformano quella che ho più volte definito “terza guerra mondiale a pezzi” in un vero e proprio conflitto globale». – Ha significato infine adempiere al mandato di Pietro: farsi ponte. Pontifex (da pons, “ponte”, e tema di facere, “fare”), termine che fu presto usato per indicare i vescovi, e in particolare il Vescovo di Roma. Nell’udienza concessa nella Sala Regia del Palazzo Apostolico al corpo diplomatico presso la Santa Sede il 22 marzo 2013, Francesco aveva anticipato: «Uno dei titoli del Vescovo di Roma è Pontefice, cioè colui che costruisce ponti, con Dio e tra gli uomini. Desidero proprio che il dialogo tra noi aiuti a costruire ponti fra tutti gli uomini». Fin dall’inizio, dunque, papa Francesco aveva prospettato gli archi che avrebbe proiettato e percorso come costruttore di ponti, svelando la missione alla quale Dio lo ha chiamato in questi tempi convulsi, lacerati e ottenebrati dalla «terza guerra mondiale a pezzi», per edificare l’unica famiglia umana, facendosi ponte come Cristo, Principe della pace. Papa Francesco quale figlio del Concilio Vaticano II – che, come ha affermato, è stato «una rilettura del Vangelo alla luce della cultura contemporanea » –, a partire dalla Lumen gentium e dalla Gaudium et spes, ha così fatto proprie quelle che ne sono le finalità. «Sono la linea che il Concilio ha insegnato» e che da Pontefice ha percorso. Nella sequela Christi, seguendo la Chiesa. È questo il cammino che rimane. Ciò che nel tempo resta e dal quale non si torna indietro. Non è la Chiesa di Francesco. È l’eredità nella quale la Chiesa è chiamata a camminare.
ANSA | La prima Messa celebrata nella Cappella Sistina da papa Francesco dopo la sua elezione in Conclave
Elementi totali: 38
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