«Perché non venerare Dio in tutte le sue forme?» Un percorso di spiritualità che cerca conferme
Caro professore, devo dirle che questo è stato l’anno scolastico in assoluto più impegnativo! Ho dovuto affrontare molte difficoltà a scuola e l’insicurezza non mi ha mai abbandonato...
Redazione Online
06/02/2018
Caro professore, devo dirle che questo è stato l’anno scolastico in assoluto più impegnativo! Ho dovuto affrontare molte difficoltà a scuola e l’insicurezza non mi ha mai abbandonato. Trovo un po’ strano scrivere una lettera a un professore, è una cosa che non ho mai fatto ma sono felice che ci abbia dato questo compito e questa opportunità, forse così conoscerà qualcosa di noi che durante le lezioni non ha potuto cogliere. È il primo anno che ci ha seguito e sono contento di aver avuto un professore come lei, competente in altre discipline oltre a quella di religione cattolica. Le sue lezioni sono state molto interessanti e provocanti e mi hanno fatto riflettere soprattutto riguardo alla mia spiritualità. Quest’anno ho pensato molto a me stesso, alla mia vita e a cosa pretendo per il mio futuro. Mi sono fatto moltissime domande su Dio: esiste? Chi è veramente? Che opinione ha nei confronti dell’umanità? Soprattutto in che modo io sono legato a Lui?Ho visto recentemente il film Vita di Pi in cui il protagonista, adolescente, professa più religioni contemporaneamente: estremamente fedele ad Allah, a Dio, ma anche a Buddha; prega Dio prima di mangiare, si inginocchia verso la Mecca nel pomeriggio e medita verso sera. Ad un certo punto i genitori gli dicono che deve fare una scelta e che non può continuare a rivolgersi a più divinità contemporaneamente. Io mi sono chiesto: perché no? Se Dio è onnipotente e onnipresente, perché non venerarlo in tutte le sue forme? Non so se sto cadendo nella blasfemia dicendo ciò, e spero davvero di no, ma che differenza c’è tra il rivolgersi a Buddha, a Dio e alla Madonna, oppure ad Allah, se tutti ci promettono l’amore e la pace? La mia è una famiglia molto credente, i miei genitori mi hanno sempre insegnato a rivolgermi al Dio cristiano e a non allontanarmi mai da lui. Mio zio è buddista e spesso parliamo della nostra spiritualità. Un giorno mi ha detto che esiste una grande energia, che tiene tutti noi collegati e che è dentro ciascuno di noi. Io credo all’esistenza di Dio: che sia energia, che sia nella natura, che sia nell’alto dei cieli o in una statua poco importa! Credo che esistano il bene e il male e che alla fine sia sempre più forte il bene. Quando ero alle elementari, al catechismo, ci portavano in chiesa per confessarci; una volta dissi alla suora che preferivo confessarmi da solo, parlare con Dio senza che il prete mi ascoltasse, o facesse da “operatore telefonico”.Non so se sono stato troppo audace nello scrivere queste cose, non ne ho mai parlato con nessuno a dire il vero; spero che non si sia fatto un’idea negativa di me. La ringrazio per l’opportunità che ci ha dato di parlarle un po’ di noi. Buona estate prof!FrancescoMi ha stupito e in parte spiazzato quando, durante un’ora di lezione, gli studenti di una classe si sono trovati d’accordo nell’affermare che i docenti non conoscono nulla delle loro vite reali. Quel “…ci conoscete solo attraverso le interrogazioni e i voti ma quello che ci succede al di fuori delle quattro mura scolastiche non vi sfiora nemmeno…” che all’unisono hanno sostenuto, non era solamente una critica: era una precisa richiesta affinché come docenti allargassimo gli orizzonti e provassimo a scoprire quella singolarità che li caratterizza al di fuori delle aule scolastiche. Francesco, a modo suo, lo ribadisce sottolineando che, grazie alla lettera che ha scritto, il professore potrà capire e conoscere qualcosa di lui che durante le lezioni curricolari fatica a venire allo scoperto. Le sue riflessioni ruotano in particolare intorno alla spiritualità e alla domanda su Dio: alla sua identità, al suo ruolo, soprattutto alla modalità in cui si relaziona a noi e se gli stiamo effettivamente a cuore. Tra le righe emerge la domanda fondamentale per ogni adolescente: c’è qualcuno che mi vuole bene così come sono, solo per il fatto che esisto, prima ancora di quello che faccio? Potrebbe nascere proprio dall’inquietudine generata da questa domanda la necessità di evitare una relazione esclusiva con Dio per tener aperti molteplici orizzonti e svariate modalità di incontro nella fede e nella spiritualità. Molti adolescenti di fatto temono le scelte decisive proprio perché sarebbero costretti a escludere e rinunciare ad altre possibilità. In tal senso appare comprensibile la domanda di Francesco: perché non è possibile rivolgersi contemporaneamente a Dio, Allah, Budda? Perché non sperimentare un rapporto diretto con Dio evitando qualsiasi mediazione? Credo siano interrogativi che riflettono il contesto e la società in cui viviamo; interrogativi che esprimono da una parte il desiderio e il bisogno di aprirsi a orizzonti di spiritualità, dall’altra il timore di dover fare delle scelte precise, quasi che la scelta rischi di impoverire e ridimensionare l’orizzonte stesso. Francesco dichiara di credere all’esistenza di Dio e non si preoccupa di quale fisionomia possa avere: “Che sia energia, che sia nella natura, che sia nell’alto dei cieli o in una statua poco importa!”. Ciò che più conta per lui è la percezione emotiva di una presenza e la possibilità di un contatto diretto e immediato. Certo, il breve spazio di una risposta non può essere la sede opportuna in cui approfondire cosa significa credere in Dio o porsi in relazione con un Tu non riducibile a proiezione emotiva o a un insieme di elementi inconciliabili attinti da religioni diverse. Credo tuttavia che questa lettera sia un invito appassionato rivolto al mondo degli adulti a riscoprire il ruolo fondamentale e decisivo della testimonianza. Francesco è immerso in un percorso di spiritualità ancora indefinito, è un adolescente in ricerca e questo lo porta inevitabilmente a indagare gli atteggiamenti di chi gli sta vicino per scoprire se ci sia qualcosa di credibile per cui valga la pena investire risorse, energie e tempo. Come genitori, insegnanti, educatori, non possiamo recitare una parte o abbozzare risposte vaghe; siamo invece chiamati ad accogliere queste richieste e ad accettare di guidare i più giovani a scoprire e gustare cosa significa porsi realmente in relazione con l’altro. Non dobbiamo nascondere loro che quello dialogico è un movimento in uscita da se stessi che richiede impegno, pazienza, allenamento, perché si nutre di ascolto, di accoglienza e di vicinanza fisica, proprio perché l’altro, o l’Altro, non sia mai ridotto a una proiezione dell’io o a un “contentino” emotivo nel momento del bisogno. [Stefano Valle. Mail: [email protected]].