Cari mass media, ecco di cosa sono spesso vittime le forze dell’ordine
Se diamo retta agli indici di gradimento, gli uomini in divisa sono quelli che l’opinione pubblica stima maggiormente. E questo nonostante la stampa sembri più attenta ad enfatizzare in negativo la loro attività, che ad esaltarne le gesta. Un paradosso solo apparente...
Silvano Filippi
05/01/2016
Se diamo retta agli indici di gradimento, gli uomini in divisa sono quelli che l’opinione pubblica stima maggiormente. E questo nonostante la stampa sembri più attenta ad enfatizzare in negativo la loro attività, che ad esaltarne le gesta. Un paradosso solo apparente. Le regole dell’informazione non consentono infatti un approfondimento critico della enorme massa di notizie veicolate dalle più disparate fonti e replicate dai social network. Talché spesso la realtà percepita è assai diversa da quella oggettiva. E a farne le spese sono sovente le forze dell’ordine. Si pensi ad esempio al video divulgato da una nota trasmissione – che è poi stato visualizzato oltre un milione di volte on line – nel quale si vede un carabiniere che schiaffeggia una donna. In nessun modo si poteva capire che quei fatti – avvenuti a Grezzana – risalivano a qualche anno prima; che già c’era stato un processo; e che quella che pareva essere la vittima era in realtà stata condannata, assieme ad altri parenti, per aver aggredito la pattuglia dei carabinieri intervenuta per una banale lite tra vicini. Quelle immagini, in altre parole, erano un frammento decontestualizzato di una ben più complessa situazione. Niente di nuovo. Lo diceva già Voltaire: “Datemi una frase di un uomo staccata dal contesto, e ve lo farò impiccare”. Uno schema purtroppo ricorrente, utilizzato ad esempio per i reportage sulle morti di Giuseppe Uva a Varese e Michele Ferrulli a Milano, nei quali, “grazie” al supporto di video commentati dai familiari e senza alcun contraddittorio, dodici tra poliziotti e carabinieri sono stati descritti come impietosi aguzzini. Condannati dai processi televisivi, e tutti assolti, invece, nei processi veri. Sia chiaro: sono il primo ad essere amareggiato quando uomini in divisa si macchiano di colpe vergognose. E per le quali, è bene non sottacerlo, pagano puntualmente sia con la galera che con il licenziamento. Centinaia di poliziotti sono afflitti dal dramma, personale e familiare, di dover subire un processo spesso originato – lo dimostrano le statistiche – da accuse inesistenti. Perché sanno che, anche se assolti, la parcella dell’avvocato verrà loro rimborsata solo in parte, e dovranno indebitarsi per aver fatto nulla più che il loro dovere. Gli stessi debiti che deve contrarre chi viene ferito in servizio, perché quello stesso Stato che ha difeso, non gli riconosce le spese sanitarie – talvolta assai gravose – necessarie alle cure. E chi non ce la fa a pagare, viene pure colpito da sanzioni disciplinari per non aver onorato i debiti contratti. Purtroppo, me ne rendo conto, è una verità che non fa notizia, e per di più è una verità scomoda. Piaccia o meno, è comunque questa la lotta quotidiana che preoccupa i poliziotti assai più di quella combattuta contro la criminalità. Speriamo che prima o poi a qualcuno venga voglia di raccontarla.


