«La mia speranza»

29 APR 25
Ultimo aggiornamento: 07:57 | 13 GIU 26
Immagine di «La mia speranza»
È un realizzatore di sé, Andrea Negroni. Quasi ad ogni costo. Fare cinema è un movente, è il sentiero su cui riesce a raccontarsi meglio e, perciò, a capirsi e a compiersi. «La mia speranza? Continuare a fare film», dice seduto a un bar di Corso Mazzini, dove ci siamo dati appuntamento. Un fatto necessario come l’aria che si respira, per lui, ma tutt’altro che semplice. Negroni vive nel moto perpetuo dell’ostinazione, che ben conosce la fatica di bussare a tante porte, di vedersele chiuse in faccia, di prendere e partire, Cremona, Palermo, Roma e ritorno. Ha messo molto di “suo” nel primo corto di cui è stato sceneggiatore, regista e produttore, intitolato “Matél”. E non può che essere così perché niente è inventato da zero, nessuna storia pesca da un inedito dell’esistenza. Girato in pellicola, bianco e nero, 16 millimetri. Tante porte in faccia, dicevamo. «Non mi hanno preso al festival di Venezia, non mi hanno preso a Torino, non mi hanno preso al Berlinare, però a Londra sì. E lì ho presentato il corto in un festival del British Film Institut nella sezione Lgbtqia+», racconta. Non esiste il mondo ideale, insomma, ma esistono cose che succedono. E quello inglese è un segnale che dice: ne vale la pena.
Negroni arriva tardi all’idea di dedicarsi ai film. Studente all’Anguissola, poi facoltà di Lettere a Bologna e Magistrale a Milano. «A Cremona non ci sono mai state possibilità formative – racconta –. È stata una cosa molto istintiva. Ho provato ad accedere alla scuola Civica di Milano, ma senza successo»...
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