«Donare è ridare la vita»

Cronaca di «un’avventura meravigliosa», che è fatta di caparbietà e gratitudine a dosi massicce, di una sanità pubblica («E ribadisco: pubblica!») a dir poco eccellente. Storia di vicinanza e di coraggio, di un dolore insostenibile e di una rinascita, di doni e di pettirossi. Elisabetta Quinzani è alla sua prima gravidanza quando scopre la «piccola cisti rivelata sul rene durante l’ecografia». È l’inizio del manifestarsi di un male di cui non sa nulla: policistosi fegato-renale. «Fino ai 45 anni sono stata abbanstanza bene – racconta –, poi le cose sono precipitate: una grande stanchezza, una sensazione costante di malesserre, fino al punto da essermi convinta che star male fosse il mio modo normale di vivere. Il fegato, verso cui si era estesa la malattia, aveva mantenuto una sua funzionalità, ma i reni mi avevano completamente abbandonato». Per questo, quattro anni fa, l’inizio della dialisi. Un percorso salvifico, ma molto doloroso, soprattutto dal punto di vista psicologico. «Tre sedute settimanali di quattro ore ciascuna – ricorda Quinzani –, dopo le quali ero distrutta. Così per quattro anni». Elisabetta decide allora per il trapianto degli organi. «Ai miei figli ho detto: la responsabilità della scelta è mia. E in qualunque modo andrà l’operazione, sarà sempre a buon fine. Perché io non avrei più potuto resistere con una vita così sacrificata. E alla luce dei fatti, dico che è stato tutto incredibile»...
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