Rifiorire in mare

Conta quello che vivi. Non dove parti, né dove approdi. Che siano 61 metri o solo 22 - un brigantino o una barca a vela - in quello spazio, a contatto stretto o strettissimo con altri viaggiatori, conta cosa conquisti e di cosa ti liberi. Le barriere, ad esempio. In alcuni, crollano. «I ragazzi si sono aperti tantissimo», racconta Elisabetta Larini, dirigente di Ial (Innovazione Apprendimento Lavoro) Lombardia, con sede in via Dante a Cremona. «Hanno parlato delle loro situazioni a casa, difficili, anche drammatiche. E dopo una settimana di esperienza così, a scuola ricominciano a venirci».
Non è una magia. È che certi contesti costruiscono più di mille richiami. Soprattutto, se gli adolescenti che hai in classe affondano (pressoché tutti) in fratture familiari profonde, che alimentano in loro un’ostilità verso gli adulti e una ritrosia (eufemismo) alle regole. Ecco, la condizione di partenza è questa. Poi, dopo sette giorni su Nave Italia o con i Tetragonauti, quegli stessi adolescenti non sono quasi più loro. È l’effetto del mare aperto? È la vita del navigante? È tutto questo e tanto altro messo insieme? Sì, lo è. Anche se non c’è niente di automatico né di scontato. Spieghiamo.
Elisabetta Larini lavora prima come insegnante (Informatica e Grafica), poi come responsabile (da 15 anni) dei percorsi in obbligo formativo di Ial Lombardia: 500 ragazzi nelle due sedi principali, Cremona e Viadana, che si formano nei settori della Meccanica, Grafica, Ristorazione, Sala bar e Legno-arredo. Parliamo di scuole che raccolgono i casi più difficili, gli insuccessi educativi conclamati, colpiti dallo stigma dell’irrecuperabilità. Senza dimenticare i ragazzi con fragilità importanti e, soprattutto, quelli che “no, al Liceo non ce la farai mai”. «Il nostro obiettivo è educare attraverso l’apprendimento di un mestiere – precisa Larini –. Qui ci sono ragazzini segnati fin dall’infanzia. Cosa si può fare? Di certo, nel 2025, non possiamo più fare i docenti da dietro una cattedra. Non si può più dire: ai miei tempi era così, facciamo così anche adesso. Non regge più»...
Non è una magia. È che certi contesti costruiscono più di mille richiami. Soprattutto, se gli adolescenti che hai in classe affondano (pressoché tutti) in fratture familiari profonde, che alimentano in loro un’ostilità verso gli adulti e una ritrosia (eufemismo) alle regole. Ecco, la condizione di partenza è questa. Poi, dopo sette giorni su Nave Italia o con i Tetragonauti, quegli stessi adolescenti non sono quasi più loro. È l’effetto del mare aperto? È la vita del navigante? È tutto questo e tanto altro messo insieme? Sì, lo è. Anche se non c’è niente di automatico né di scontato. Spieghiamo.
Elisabetta Larini lavora prima come insegnante (Informatica e Grafica), poi come responsabile (da 15 anni) dei percorsi in obbligo formativo di Ial Lombardia: 500 ragazzi nelle due sedi principali, Cremona e Viadana, che si formano nei settori della Meccanica, Grafica, Ristorazione, Sala bar e Legno-arredo. Parliamo di scuole che raccolgono i casi più difficili, gli insuccessi educativi conclamati, colpiti dallo stigma dell’irrecuperabilità. Senza dimenticare i ragazzi con fragilità importanti e, soprattutto, quelli che “no, al Liceo non ce la farai mai”. «Il nostro obiettivo è educare attraverso l’apprendimento di un mestiere – precisa Larini –. Qui ci sono ragazzini segnati fin dall’infanzia. Cosa si può fare? Di certo, nel 2025, non possiamo più fare i docenti da dietro una cattedra. Non si può più dire: ai miei tempi era così, facciamo così anche adesso. Non regge più»...
LEGGI IL SERVIZIO COMPLETO SULL’EDIZIONE DI MONDO PADANO IN EDICOLA FINO AL 3 APRILE, OPPURE ABBONANDOTI SU WWW.MONDOPADANO.IT