Un posto che è segno

31 OTT 24
Ultimo aggiornamento: 18:27 | 16 MAG 25
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Il segreto della «vita meravigliosa che vivo», dice don Roberto Musa, è il «non fare mai di testa mia». La cosa più semplice e più difficile insieme. È servire, non raggiungere obiettivi. «Non guido un’azienda, aiuto le persone a trovare la propria strada». A 52 anni, lui che è parroco, cappellano di un carcere, presidente di una cooperativa, insegnante di religione, non si sente mai «il protagonista». Asseconda, più che dirigere. Da ragazzino smette di frequentare la chiesa, poi gli tocca il tirocinio dalle suore dorotee. Altro che noia. «Fantastiche», dice lui. E si riavvicina alla fede. S’innamora di Sant’Ignazio, gli parte la “fissa” per la Compagnia di Gesù e ne parla col suo parroco di allora, a Sant’Agata. Figuriamoci: in convento no, vai in seminario, gli dice. E via di questo passo, sorprese e imprevisti dietro l’angolo, come quello della cappellania del carcere, «e chi se lo immaginava? Ma ho imparato. Ti lasci fare». Per giunta, questo sacerdote originario di Pieve d’Olmi arriva al mondo «quando nessuno mi aspettava». Ultimo di tre figli, il papà cuoco e la mamma casalinga, Roberto Musa è il maschio di casa, un evento così lieto che il nonno materno, quell’11 dicembre 1972, poco dopo la mezzanotte infila la Lambretta e dalla cascina di San Fiorano raggiunge l’ospedale solo perché vuole vederlo subito.
L’ultimo frutto del suo servizio, don Roberto lo ha inaugurato il 14 ottobre scorso. La vecchia locanda “Torriani”, in centro a Cremona, ha un volto nuovo, che si offre al pubblico in una somma di due piaceri: la familiarità di un caffè, la profondità della letteratura. Si chiama così: Caffè letterario Torriani. A gestirlo è la cooperativa Fratelli tutti, di cui Musa è presidente e che tra i suoi scopi ha l’inclusione di persone con fragilità. Al bancone del Caffè e tra i tavoli della clientela, ci sono proprio loro. «Attenzione – dice don Roberto –. Non si va al Torriani perché “oddio, poverini, i disabili”. La nostra ambizione, che non è mai superbia, è attirare per due ragioni. La prima: i prodotti meritano. Le brioches sono buone, le torte anche, le focacce pure. E gli eventi culturali che abbiamo in programma dimostreranno che un connubio è possibile». L’altro motivo è distante dalle normali logiche di mercato. Abbandonate l’idea del (...).
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