«Una che ce la fa»

17 OTT 24
Ultimo aggiornamento: 18:26 | 16 MAG 25
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Non aver paura di sé. Scoprire che il “male dentro” si batte quando si ammette, semplicemente, che esiste. Alice Ardigò ha vent’anni e una risata frizzante, sincera. Ti accompagna nel suo periodo tormentato con disinvoltura, mai superficiale, in un saliscendi complesso da collocare nel tempo, sempre attenta a non illudere che tutto sia finito. La sua è la storia di chi «ce l’ha fatta», anzi: «Ce la sta facendo». L’ennesima vita vulnerabile che non ha più vergogna di esserlo perché sa come uscirne. Il primo passo è slegarsi dal male: «Io non sono la mia malattia», dice Alice. Coscienza chiara, nutrita lungo un cammino costellato di mani tese – non sempre all’altezza – e di un cuore mai sopito, il suo, nonostante tutto.
La prima avvisaglia del male è stata «quella sensazione da piccolo infarto» chiamata “attacco di panico”. Eventi ripetuti, accaduti così, senza preavviso, nei primi tre anni delle Superiori. «Ho chiesto un aiuto mai raccolto dai professori dell’epoca – racconta Alice –. Ho chiesto anche in casa, a mia madre. E ho iniziato un percorso di psicoterapia che ha portato a poco: andavo in modo saltuario, avevo una visione stereotipata del supporto psicologico, e la professionista scelta, forse, non era quella adatta». In ambiente scolastico, si consuma una frattura decisiva. Alice soffre ma è invisibile. Peggio: le si nega il diritto di essere quello che è, in quel momento. «Le comunicazioni erano arrivate, l’indicazione era di accompagnarmi fuori dalla classe nei momenti di crisi. E invece no, ero costretta a rimanervi. Cosa facevo io? Niente, mi sentivo impotente, non avevo né strumenti, né forza, né fiducia in me stessa per impormi». Non c’è cosa peggiore che il sentirsi male e, insieme, esser presi sottogamba. Perfino nel proprio valore. C’è un ricordo che Alice ha indelebile a distanza di anni. «Sei una persona da sei e mezzo: così mi ha detto un prof dopo un’interrogazione. Sono andata al posto e non ho risposto nulla. Ma quella frase mi è rimasta addosso, come una cicatrice».
Dopo tre anni, Alice dice basta. E cambia. Nessuno può farlo al posto suo. La forza la trova da un (...).
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