Tu "sei", perciò "vali". Così, la mente torna

17 OTT 24
Ultimo aggiornamento: 18:26 | 16 MAG 25
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“E questa persona, che sono io, t’ha amato incondizionatamente. Per quello che sei. Cioè un grandissimo, immenso rompicoglioni”. Si ride e si piange in questo bel film di Simone Godano. Si chiama Marylin ha gli occhi neri, la storia struggente e rivelatrice di Diego e Clara, due di quelli “mica normali”, con la mente che curva, sbalza, si affloscia e s’impenna. Come si fa a vivere coi matti? Il padre di Diego glielo rivela, seduto al tavolo della cucina, mentre lo guarda negli occhi: amandoli. L’amore si tira dietro tutto, persino le parti incontrollabili che spaccano i rapporti.  
Poi ci vuole il resto, che sta dentro alla parola “servizi”, sintetizzati nel box a fianco. Ma «la relazione con l’altro – dice Vanna Poli, responsabile d’Area del Dipartimento Salute Mentale e Dipendenze della Direzione Professioni Sanitarie e Sociosanitarie di Asst Cremona – è sovrana su tutto. Su qualsiasi pillola, puntura e tecnica». È sacrosanto valutare i numeri, elencare i mezzi e le strutture, i professionisti pubblici che fanno rete col (prezioso) Terzo settore. Ma se tutto questo non soggiace a un approccio nuovo, a una cultura che vuole ribaltato lo sguardo sui malati, serve a poco. È lo stigma il primo nemico. Poli lo dice così: «Va guardata la persona, non il disturbo mentale». Se c’è l’una, c’è tutto, anche (ma non solo) il suo disturbo. «La società – dice Poli – richiede alle persone di essere funzionanti e produttive, dove produttive è: fai qualcosa, se possibile di eccellente. Creare cultura vuol dire fare in modo che tutti comprendano che a chi ha un disturbo, per tutta la vita o per un suo tratto, dev’essere permesso di funzionare diversamente. C’è poi una (...).
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