«Aiutarli a riconoscere»

Osservare, il primo tassello di una “rivoluzione”. Non temere, il secondo. Perché qui è bandito il lavoro standardizzato. Guai ad aver paura a rivedere scelte, metodi, azioni. Dove sta scritto che i letti si rifanno alle 08:30 del mattino? «Mia zia era una comasca. Diceva: “La brava dunina la fa el let a la matìna; la dunina en sci en sci la fa el let a mesdì; la dunina previdenta la fa el let e la ga salta dentar”».
Filosofia spiccia? Saggia, semmai. E quindi efficace. L’unica che funziona, qui dentro. Simona Gentile l’ha introdotta con le dosi giuste di tenacia e pazienza. Nel 2021, quando è arrivata, il reparto di Alzheimer era ancora attraversato dalle ferite del Covid. A Cremona Solidale esiste dal 2004, un patrimonio di esperienza da valorizza e da guidare verso tappe inesplorate. Lei osserva. Registra. E rivoluziona. All’epoca, Gentile conduce la Direzione santiaria. Da febbraio è anche Direttore generale facente funzione. «Il punto di partenza è un’equipe che lavora insieme», dice. Ogni anello della catena conosce e fa tesoro di ciò che porta l’altro. Dal medico al coordinatore infermieristico, dagli educatori ai fisioterapisti, dalla psicologa agli operatori sociosanitari, al terapista occupazionale, agli addetti alle pulizie. Professionisti ma anche “luoghi”. Lo scambio infatti riguarda tutti i punti della filiera, compresi ambulatori e centri diurni Alzheimer, che qui sono due, «perché spesso accade che i pazienti passino dall’uno all’altro».
Il terzo tassello è una sensibilità nuova. «Il nostro compito è trovare sistemi alternativi – osserva Gentile –. La contenzione non è mai un atto terapeutico. Per esempio, nel Nucleo abbiamo messo alcuni letti a terra. Provi ad alzarsi lei da un letto a terra. Bisogna avere una tale forza nelle gambe».
Cambiare “testa”, cambiare approccio. E, ancora una volta, osservare. «Si è sempre pensato che certe azioni portassere a un risparmio di tempo – dice Gentile –. Lavare i pazienti, ad esempio. C’è il metodo spiccio o c’è una scelta più dignitosa. Immaginiamo noi stessi con un rumore nelle orecchie, gli occhi chiusi e qualcuno, che non conosciamo o non riconosciamo, che comincia a spogliarci. Il paziente non vede come vediamo noi. Non sente come sentiamo noi. Come si fa? Dandogli tempo. Accompagnandolo in bagno. Facendogli sentire (...)».
Filosofia spiccia? Saggia, semmai. E quindi efficace. L’unica che funziona, qui dentro. Simona Gentile l’ha introdotta con le dosi giuste di tenacia e pazienza. Nel 2021, quando è arrivata, il reparto di Alzheimer era ancora attraversato dalle ferite del Covid. A Cremona Solidale esiste dal 2004, un patrimonio di esperienza da valorizza e da guidare verso tappe inesplorate. Lei osserva. Registra. E rivoluziona. All’epoca, Gentile conduce la Direzione santiaria. Da febbraio è anche Direttore generale facente funzione. «Il punto di partenza è un’equipe che lavora insieme», dice. Ogni anello della catena conosce e fa tesoro di ciò che porta l’altro. Dal medico al coordinatore infermieristico, dagli educatori ai fisioterapisti, dalla psicologa agli operatori sociosanitari, al terapista occupazionale, agli addetti alle pulizie. Professionisti ma anche “luoghi”. Lo scambio infatti riguarda tutti i punti della filiera, compresi ambulatori e centri diurni Alzheimer, che qui sono due, «perché spesso accade che i pazienti passino dall’uno all’altro».
Il terzo tassello è una sensibilità nuova. «Il nostro compito è trovare sistemi alternativi – osserva Gentile –. La contenzione non è mai un atto terapeutico. Per esempio, nel Nucleo abbiamo messo alcuni letti a terra. Provi ad alzarsi lei da un letto a terra. Bisogna avere una tale forza nelle gambe».
Cambiare “testa”, cambiare approccio. E, ancora una volta, osservare. «Si è sempre pensato che certe azioni portassere a un risparmio di tempo – dice Gentile –. Lavare i pazienti, ad esempio. C’è il metodo spiccio o c’è una scelta più dignitosa. Immaginiamo noi stessi con un rumore nelle orecchie, gli occhi chiusi e qualcuno, che non conosciamo o non riconosciamo, che comincia a spogliarci. Il paziente non vede come vediamo noi. Non sente come sentiamo noi. Come si fa? Dandogli tempo. Accompagnandolo in bagno. Facendogli sentire (...)».
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