«La nostra vita qui»

Cavar fuori una bella storia è la fame di noi giornalisti. Tirarla su dal pozzo dell’indifferenza e puntarle un faro addosso. Perché sia vista. Diciamo pure: ammirata. Il massimo è trovarla dove uno meno se l’aspetta. Allora chiedo: nell’umanità sofferente che curate, c’è qualcosa, qualcuno che faccia al caso? Che sia disposto a raccontare?
Martedì, primo pomeriggio. Su via Ghinaglia ci sono chiazze di sole caldo, le poche che sbucano dalle fronde degli alberi e dai tetti dei palazzi. L’appuntamento è al civico 93, palazzo di proprietà pubblica con alloggi per minori stranieri non accompagnati, per il Sistema di Accoglienza Integrazione (Sai) e in housing sociale.
Antinisca è l’anello di congiunzione tra esterno e interno dello stabile. È giovanissima e il suo nome mi ha incuriosito subito. Ha un significato duplice, quasi opposto: ostile e fiore, fiorente, in entrambi i casi di origini greca. È stata gentile sin dalle prime telefonate. Lavora come educatrice per la cooperativa Nazareth, ha una conoscenza eccellente di inglese, francese e swahili. Nel condominio di via Ghinaglia segue due famiglie collocate in housing sociale.
Dopo il portoncino d’ingresso entriamo in un androne semibuio: a destra l’accesso al cortile interno, a sinistra la rampa di scale che porta ai piani. Ci fermiamo al primo e mi guardo intorno: gli accessi agli alloggi si affacciano su un corridoio esterno, munito di ringhiera: un lungo, unico balcone che corre su tutta la facciata del palazzo. È così ad ognuno dei tre piani; alle ringhiere ci sono tracce della vita che abita lì: panni stesi, qualche vaso di fiori. C’è un triciclo giallo davanti a uno degli ingressi. Sono piccole contraddizioni all’incuria dei muri, sbrecciati e scoloriti; sono suoni e segni che attenuano il senso di abbandono che regna qui. Suoniamo alla prima porta. (...)
Martedì, primo pomeriggio. Su via Ghinaglia ci sono chiazze di sole caldo, le poche che sbucano dalle fronde degli alberi e dai tetti dei palazzi. L’appuntamento è al civico 93, palazzo di proprietà pubblica con alloggi per minori stranieri non accompagnati, per il Sistema di Accoglienza Integrazione (Sai) e in housing sociale.
Antinisca è l’anello di congiunzione tra esterno e interno dello stabile. È giovanissima e il suo nome mi ha incuriosito subito. Ha un significato duplice, quasi opposto: ostile e fiore, fiorente, in entrambi i casi di origini greca. È stata gentile sin dalle prime telefonate. Lavora come educatrice per la cooperativa Nazareth, ha una conoscenza eccellente di inglese, francese e swahili. Nel condominio di via Ghinaglia segue due famiglie collocate in housing sociale.
Dopo il portoncino d’ingresso entriamo in un androne semibuio: a destra l’accesso al cortile interno, a sinistra la rampa di scale che porta ai piani. Ci fermiamo al primo e mi guardo intorno: gli accessi agli alloggi si affacciano su un corridoio esterno, munito di ringhiera: un lungo, unico balcone che corre su tutta la facciata del palazzo. È così ad ognuno dei tre piani; alle ringhiere ci sono tracce della vita che abita lì: panni stesi, qualche vaso di fiori. C’è un triciclo giallo davanti a uno degli ingressi. Sono piccole contraddizioni all’incuria dei muri, sbrecciati e scoloriti; sono suoni e segni che attenuano il senso di abbandono che regna qui. Suoniamo alla prima porta. (...)
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