«Non chiedo di guarire, ma di vivere da uomo»

9 FEB 23
Ultimo aggiornamento: 17:58 | 16 MAG 25
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Giovanni Maffini, detto “Nanni”, ha 63 anni, è sposato con Edi, ha cinque figli, è nonno di due nipoti. Lo incontro martedì pomeriggio, a casa sua. Siamo in cucina, mi offre del tè caldo con biscotti. È sorridente. Conosco Nanni da tempo, so della sua malattia, ma non ho mai avuto modo di ascoltarlo a riguardo. Sua moglie, seduta al tavolo col pc aperto, sta lavorando. «Posso registrare?», gli chiedo. «Gli amici possono fare quello che vogliono», dice. E sorride. Allora inizia una discesa a velocità crescente che travolge tutto: luoghi comuni, reticenze, chiusure, lui come un Alberto Tomba ai tempi d’oro e io trascinato – e a volte tramortito – verso il luogo in cui mi conduce e che Nanni abita con una serenità sorprendente. Pronti-via e passiamo da 0 a 100 all’ora in tre secondi: «L’esperienza della malattia è una benedizione», dice citando l’americana Flannery O’Connor. Prego? «E’ una benedizione perché ti insegna quello che sei. Fai esperienza della fragilità e del fatto che hai bisogno. Che tutti i tuoi progetti sono subordinati alla volontà di un Altro, o di altro». Si va ancora più giù, accelerando. «La vita non è avere il controllo su tutto. È obbedienza. E siccome l’epoca in cui viviamo è basata sulla riuscita e sulla performance, rendersi conto che viviamo per altro è una benedizione». Provo a frenare. E lo provoco: «Dai, un po’ ti incazzi». Lui tranquillo: «No, non mi è mai successo. Perché il giusto e l’ingiusto sono estranei alla vicenda della mia malattia. (...)».
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