«Cercare la piccola fiamma della speranza»

«Per fare l’oncologo devi avere una grande speranza, sempre. Altrimenti è meglio che cambi specialità». È il suo primo giorno da Primario facente funzioni, e Matteo Brighenti pesca da un forziere in cui accumula esperienza dagli anni della specializzazione, 2005-2009, e poi da medico dirigente, sempre nel reparto di Oncologia all’Asst di Cremona. È la prima trincea della guerra al cancro, questa. O l’ultimo bastione a resistere all’assedio della «malattia più brutta – dice Brighenti –, più bastarda». Per questo lui sa che, non la vittoria, ma almeno la lotta si conduce solo se è Natale tutti i giorni. Se ogni giorno, cioè, si lavora «provando a dare speranza».
«Il nostro goal quotidiano – racconta in questa chiacchierata telefonica – è migliorare la qualità di vita del paziente. Farlo stare meglio, togliere dolore. Complesso, difficilissimo a volte. I passi avanti della medicina ci aiutano, soprattutto grazie alla immunoterapia, che ha cambiato lo scenario di cura. Tanti malati che, dieci o addirittura cinque anni fa, venivano definiti incurabili, oggi lo sono. Il che non significa guarigione certa, ma una sopravvivenza più lunga e una migliore qualità di vita».
Il Natale, qui, è una faccenda che rischia di urtare. Di esser fuori luogo. Invece, ci sono anche scelte sorprendenti. «In questi giorni – racconta Brighenti – vorremmo dimettere il paziente per farlo stare con i propri cari. A volte, però, le dimissioni sono impossibili. Allora offriamo piccole attenzioni che non tolgono il dolore, ma fanno sentire la vicinanza. Curare, qui, significa “prendersi cura”, non solo da un punto di vista strettamente medico ma anche umano. Ci sono poi altri pazienti che, tutto sommato, si sentono più tranquilli a star qui, perchè qui si sentono in famiglia».
«Il nostro goal quotidiano – racconta in questa chiacchierata telefonica – è migliorare la qualità di vita del paziente. Farlo stare meglio, togliere dolore. Complesso, difficilissimo a volte. I passi avanti della medicina ci aiutano, soprattutto grazie alla immunoterapia, che ha cambiato lo scenario di cura. Tanti malati che, dieci o addirittura cinque anni fa, venivano definiti incurabili, oggi lo sono. Il che non significa guarigione certa, ma una sopravvivenza più lunga e una migliore qualità di vita».
Il Natale, qui, è una faccenda che rischia di urtare. Di esser fuori luogo. Invece, ci sono anche scelte sorprendenti. «In questi giorni – racconta Brighenti – vorremmo dimettere il paziente per farlo stare con i propri cari. A volte, però, le dimissioni sono impossibili. Allora offriamo piccole attenzioni che non tolgono il dolore, ma fanno sentire la vicinanza. Curare, qui, significa “prendersi cura”, non solo da un punto di vista strettamente medico ma anche umano. Ci sono poi altri pazienti che, tutto sommato, si sentono più tranquilli a star qui, perchè qui si sentono in famiglia».
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