«Il Natale scelgo di passarlo in reparto Oncologia»

22 DIC 22
Ultimo aggiornamento: 17:56 | 16 MAG 25
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Sapere che la morte è lì, a un alito da te. Che può prenderti. E finire il lavoro che ha cominciato da tempo. Sapere che i piccoli e grandi tentativi che farai per impedirle di riuscire, possono sortire nulla. Chi entra in Oncologia parte da qui. Da una lotta impari. Da una probabilità di insuccesso alta, troppo alta.
Oltre quella soglia, però, si viene accolti, non ricoverati. Differenza non da poco. Vuol dire altre mani, altri visi e voci e sguardi che scelgono te non la tua cartella clinica. Morena Nazzari chiama tutto questo «presenza». «La relazione tra chi cura e chi è malato è il 50% della terapia», dice. E le fondamenta di questa relazione sono chiare: chi porta il fardello del dolore va «trattato coi guanti», «messo su un piedistallo». Da 22 anni all’Asst di Cremona, Morena lavora come coordinatrice infermieristica di un reparto che per molti è l’anticamera del passaggio finale. Lei lo sa, chi entra pure. Ma per tutti, al di là di come andrà finire, lei cuce un’assistenza che è letteralmente un «abito su misura».
Morena, il suo è un reparto “tosto”. Le piace davvero lavorare qui?
«Molto. È bello stare vicino a chi soffre».
E faticoso.
«È entrambe le cose: bello e faticoso, ma è una cosa con cui riesco a fare i conti».

Cosa vuol dire stare con questi malati?
«Vuol dire assisterli in modo individualizzato. Con un metodo che si impara. La formazione è un aspetto fondamentale del nostro lavoro. Noi siamo seguiti dalla nostra psicologa, Jessica Saleri. Tiene una volta al mese un corso di umanizzazione dell’assistenza: vuol dire apprendere un metodo di comunicazione verbale e non verbale tagliato su misura sul paziente. Come se fossimo dei sarti».
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