La capacità di accogliere mostra l’amore del Signore

28 GIU 23
Ultimo aggiornamento: 16:2222 LUG 25
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Con questa domenica si conclude la lettura del decimo capitolo del Vangelo di Matteo e quindi del discorso missionario rivolto da Gesù ai suoi discepoli. Ciò che l’evangelista raccoglie in tale capitolo probabilmente è frutto di un assemblaggio di affermazioni che il Maestro ha esternato in circostanze diverse, ma che nell’insieme tendono a delineare motivazione, contenuto e stile della missione cui sono chiamati i discepoli.
Di nuovo, nel brano evangelico della liturgia domenicale, Matteo vuole allontanare l’illusione che la testimonianza del Vangelo possa essere qualcosa di pacifico, irenico, che lascia tranquilli. Già all’interno della sua comunità alcuni hanno sperimentato la presenza non così sporadica di conflitti e spaccature a causa dell’annuncio cristiano. Se è vero che il Messia in ambito biblico viene appellato come principe-re di pace, è pur vero che la vicenda di Gesù Messia, decisamente ispirata e guidata dal desiderio di realizzare la pace, fa emergere contraddizioni che sfoceranno poi in grande violenza nei suoi confronti. Se i discepoli sono, quindi, coloro che condividono il destino del loro Maestro, essi stessi sono chiamati fin da subito a considerare la possibilità che emergano ruggini e incomprensioni anche all’interno del loro nucleo familiare. Stare con il Nazareno è il frutto di una scelta esclusivamente personale e consapevole. Tale decisione può trovare opposizione e può essere osteggiata anche da coloro cui si è legati da vincoli di sangue.
Il linguaggio utilizzato nel primo Vangelo è sicuramente forte (ancora più dura è la versione di Luca in cui Gesù afferma «Se uno viene a me e non odia suo padre…») e pare avanzare una pretesa irricevibile, se non è adeguatamente compresa. Il Maestro non sta insinuando che non si debbano amare e rispettare i propri genitori o i figli, rischiando così di opporsi al quinto comandamento dell’Alleanza del Sinai, e non sta nemmeno postulando la necessità di un amore totalitario e totalizzante per Lui. Mettersi alla sequela di Cristo è una scelta chiara ed esigente, che potrebbe suscitare l’opposizione da parte di alcune tra le persone che il discepolo ama di più: se ciò dovesse accadere, al discepolo sono chiesti la disponibilità, il coraggio e la forza di accordare il primato a Gesù e alla sua volontà. Essere madri e padri, figli o fratelli, appartenere ad una famiglia in senso stretto significa riconoscersi in base ad un vincolo di sangue: quando tale appartenenza diviene limitante è necessario superare il legame parentale in nome di una libertà piena. Il Nazareno desidera al suo seguito persone autenticamente libere, desiderose di crescere e di realizzarsi nella verità. La questione non è presentarsi da soli o privi di relazioni importanti, piuttosto la capacità di accordare la priorità a Gesù impedendo ad ogni legame precedente di costituire un legaccio, un vincolo affinché ciò si realizzi.
Il brano prosegue con un crescendo, evidenziato dall’utilizzo insistente del paradosso, caratteristico dell’ambiente semitico. L’accento è posto inizialmente sul contrasto tra perdere e trovare la vita mostrando come la dimensione di un amore senza limiti che va oltre a sé sia l’unica possibilità per chi vuole realizzare la volontà di Dio.
La conclusione del lungo discorso, che costituisce una sorta di manuale per i discepoli inviati in missione, in maniera assolutamente significativa riporta alcune norme sull’accoglienza: accoglienza che va dall’offerta di un bicchiere d’acqua fino all’ospitalità nei confronti di quanti sono impegnati in un servizio alla comunità. A quanti praticano tale solidarietà attivamente in nome di Cristo è promessa la ricompensa escatologica, quella che va ben oltre la riconoscenza umana. L’attenzione e la cura nei confronti dei piccoli e dei poveri (in greco micron, ossia coloro che sono quasi invisibili, insignificanti) che Gesù ha costantemente manifestato nel corso della sua vicenda terrena, sono ciò che permette di distinguere lo stile della comunità cristiana. Essa, infatti, è chiamata a manifestare il suo amore per il Signore attraverso la solidarietà praticata nei confronti di quanti vengono lasciati ai margini.
La questione da porsi in questa domenica è se la Chiesa sia realmente capace di accoglienza dei tanti poveri ed esclusi che abitano questo mondo.
Lorenza Ferrari