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La scomparsa a 97 anni di Pasquale Laurito, mitico decano dei giornalisti parlamentari mai convertito al computer. L'ultimo suo "scrivano" Alfonso Raimo: «Gli va dedicato un settore dell •
L'estremo saluto a Laurito, il cronista di "Velina Rossa" che credeva in Dio
7 MAR 25
Ultimo aggiornamento: 13:1015 MAG 25
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Versione italiana

ANSA |
Si terranno questo pomeriggio alle 15 i funerali del decano dei giornalisti parlamentari Pasqualino Laurito, nella chiesa di Sant'Emerenziana, a Roma. Noto come la "Velina Rossa", era nato a Lungro, piccolo centro in provincia di Cosenza, il 15 maggio del 1927. Arrivato a Roma nel 1947, ha raccontato le cronache politiche e parlamentari dell'intero arco della Repubblica, come giornalista prima di Paese Sera, poi del Globo e a lungo per l'Ansa. Commendatore della Repubblica, comunista, ma con una radicata fede cattolica.
Era la Prima Repubblica. C’erano i Partiti politici, quelli dell’articolo 49 della Costituzione. E c’erano soprattutto la Dc di piazza del Gesù e il Pci del “Bottegone”, la sede di via delle Botteghe Oscure. Stanze, scale, corridoi. Oltre a quelli istituzionali, i Palazzi della politica. Con le sedi nazionali, i partiti avevano anche sedi locali (a Roma altrettanto imponenti). Tutti luoghi dove si “costruivano” risposte e pensieri, alleanze, strategie, filosofia, ma anche correnti e affari, un tempo più nobili e via via meno, fino a casi piccoli e poi grandi di corruzione.
Ma torniamo ai momenti d’oro della Politica italiana, quella fiorita dopo che i padri costituenti avevano dimostrato al Paese, fuori dai confini, e anche a sé stessi,che etica, filosofia e diritto possono intrecciarsi insieme oltre le barriere e i recinti. Pian piano la politica inizia a pervadere la vita degli italiani, che ne apprendono dai giornali e dai (pochi inizialmente) telegiornali, dove occupa le prime pagine ogni giorno. Tutti i cittadini ne percepiscono l’importanza. Gran parte di loro se ne sente parte, anche ideologicamente e – diciamolo – con un pizzico di romanticismo. Deputati, senatori, cariche istituzionali e segretari di partito sono rivestiti di autorevolezza.
Gli scontri tra avversari sono spesso aspri, ma non travalicano il rispetto, o almeno sono contenuti. Ed è in questa era geologica finita ormai sui libri di storia, quando don Camillo e Peppone sono ormai nell’immaginario collettivo, che nelle redazioni politiche, a fine giornata, arrivano le Veline.
Ce ne sono due in particolare. Per la Dc la scrive Vittorio Orefice, volto noto del Tg1, famoso per il suo irrinunciabile papillon, scomparso nel 1998. Era la “velina bianca” Per il Pci, la “velina rossa” è opera di Pasquale Laurito, Pasqualino per gli amici. Poche pagine dattiloscritte e fotocopiate che raccontano le trame, gli accordi, le strategie dei rispettivi partiti, quelle ufficiose, che non finiscono sulle agenzie, perché non supportate da dichiarazioni confermabili da nessuno, se non dagli stessi autori.
Entrambi i giornalisti erano dunque depositari di verità rivelabili e altre da tenere segrete. E contando sulla stima personale e il senso di appartenenza dei due cronisti politici, entrambi offrivano un servizio che anticipa di molto quelli che ancora oggi sono chiamati “retroscena”. In quel caso, retroscena ufficiosi e più o meno concordati, ma importanti anche per arrivare, con ragionamenti politici, a ricostruire i fatti.
Laurito, decano dei giornalisti parlamentari, ha attraversato le successive ere politiche, la rottura di fiducia degli italiani con la politica e poi con l’informazione (troppo legata alla politica nell’immaginario collettivo). Con la sua scomparsa, a 97 anni, cala il sipario su un tempo storico che andrà riletto e riabilitato in buona parte. E che di certo non può essere cancellato, perché fa parte di un pezzo del passato grande del nostro Paese.
Una figura mitologica, che si è andata configurando sempre più come tale con l'andare degli anni. Quando, andato in pensione, non ha mai smesso di coltivare l'antica passione senza mai entrare, però, nell'era del computer. Fu così che alla sala stampa della Camera fece il suo ingresso una figura nuova, che sembrava presa in prestito da un film di Totò: quella dello scrivano. Un giornalista di fiducia che lo aiutasse nella stesura della nota politica di giornata, da stampare, fotocopiare e diffondere in sala stampa e in Transatlantico. In una sorta di "staffetta" pluridecennale di sono alternati in questo ruolo svariati giornalisti parlamentari, i più recenti Alessio Falconio (ora al Tg5) che ha terminato il suo "incarico" quando fu nominato direttore di Radio Radicale e infine, l'ultimo, Alfonso Raimo, dell'Huffington Post. Falconio non commenta per tener fede a una promessa fatta allo stesso Laurito, di evitare celebrazioni alla sua dipartita.
Parla invece Raimo, anche perché ha una proposta da portare avanti, da segretario dell'Associazione stampa parlamentare. «Il suo giornalismo - spiega - si fondava sulla dettatura del "lancio" di agenzia o del "pezzo" direttamente ai "dimafoni" e non ha mai voluto cambiare. Sceglieva con attenzione i colleghi, in base soprattutto a una fiducia umana e professionale. Perché le sue "veline" erano un lavoro di equipe in cui lui metteva l'intuizione e la memoria storica, ma si faceva aiutare a entrare nella scansione quotidiana dell'informazione che, naturalmente, non praticava più». In quel ruolo, si diceva, si sono alternati in tanti. Raimo ricorda Rina Gagliardi, ex direttrice di Liberazione, Ferdinando Regis, Paolo Corallo, «ma lui amava ricordare anche David Sassoli», il futuro presidente del Parlamento europeo scomparso prematuramente, che lo coadiuvò anni fa. «Una volta stampata la nota ne faceva in genere 20 copie, 8 per i colleghi delle agenzie o dei quotidiani, e 12 per i politici che considerava più influenti. Ne aveva in tutti i settori, soprattutto a sinistra, certo, ma era molto legato, ad esempio, anche a Gianfranco Fini, da presidente della Camera»
La proposta di Raimo, che avanzerà già oggi, nel corso dell'elogio funebre, è quella di intitolare una stanza della sala stampa a Pasqualino Laurito: «Lo meriterebbe. L'unico che ha attraversato per intero la storia della Repubblica. Dalla Costituente a Meloni».