Quando la liturgia funebre oscura la redenzione operata da Gesù Cristo

Sono i giorni che ci ricordano la vittoria di Cristo sulla morte. Sul tavolo mi arriva una lettera. È di un amico che per professione potrebbe godere di tutti gli agi possibili e di tanta notorietà. In realtà guarda le cose del mondo e della Chiesa con la discrezione dei servi del Vangelo, tutti dedizione e silenzio. È come se si fosse cucito addosso la pagina di Giovanni dove si racconta la lavanda dei piedi. Se interviene lo fa sottovoce, al solo scopo di fare correzione fraterna. Ama i poveri e conosce il valore della povertà. Perfino il fisico sembra avergli accordato il privilegio della sintonia con ciò che ha nel cuore e il sentire evangelico. Scarno, essenziale, come se passasse la vita a tacere, pensare e pregare.Vuole parlarmi delle liturgie funebri in chiesa e scrive: “L’omelia, momento privilegiato per la spiegazione della Parola di Dio, spesso diventa il ‘locus principale’ per lodare le virtù del defunto in ogni aspetto, anche i più intimi e personali. Nessuno, o solo un accenno alla Parola, nonostante i brani scelti siano sempre tra i più profondi e teologici della Bibbia. Poi, alla fine del rito, un ripetersi di interventi di amici, conoscenti, simpatizzanti che, tra lacrime ed applausi, lodano e incensano le innumerevoli virtù del defunto stesso. Sempre più ai funerali partecipano persone lontane anni luce dalla Parola e dal rito e che spesso sentono la lettura del vangelo per la prima volta. Il ricordo è necessario, ma mi sembra che, in primis, vada affermata la centralità della speranza cristiana, della croce e della risurrezione di Cristo”.Leggo e mi interrogo, mentre mi chiedo se queste considerazioni non siano il termometro di una fede che sta vacillando anche dentro i riti religiosi, dentro le mura del tempio dove officiano ministri dalle belle vesti e dagli incensi profumati. E non vuol essere certo un atto di accusa, quanto un campanello di allarme davanti al franare lento e silenzioso del terreno teologico sul quale si costruiscono l’ossatura della fede e le ragioni della speranza. Prospero d’Aquitania nel V secolo d.C. disse, con geniale intuizione, che la lex orandi diventa inevitabilmente la lex credendi. Da come si prega e si celebra così si finisce per credere. Una verità sacrosanta che mette a nudo come una liturgia funebre che si trasforma in apologia del defunto, finirà inevitabilmente per banalizzare sia il mistero della morte così come la redenzione operata da Cristo.Dietro l’apparente bonomia e umanità con cui si decantano le virtù del defunto si nasconde in realtà una sottile cultura pelagiana, in cui sono le nostre opere a salvarci, più che il sacrificio redentore e la misericordia del Signore. L’applauso che spesso accompagna questi interventi traduce, sia pure nella buona fede delle intenzioni, una verità incontestabile: questa persona è stata talmente di valore che non ha bisogno di un Dio che la salvi. Va da sé che non è così, oltretutto con il rischio neppure tanto remoto, di mettere in piedi celebrazioni in cui il “tribunale” degli uomini decide preventivamente per morti di serie A ed altri di serie inferiori, creando un solco tra coloro che hanno la claque e quelli che non possono avere neppure il conforto di una lacrima.Le antiche icone bizantine che ci raccontano la Risurrezione, ci mostrano il Cristo, in vesti sfolgoranti, chino a guardare nell’abisso della miseria, dove Adamo dalla barba bianca ha accanto Eva dalle mani innalzate in attesa della liberazione. Le porte sono scardinate e divelti i chiavistelli che le tenevano sigillate. Qui sta il mistero del peccato, della morte e della nostra redenzione. Il resto è moda, abbellita di pietà, che non sempre coincide con la fede.