Osservare chi corre una maratona per capire perché ne vale la pena

Dal professionale allo scassato, fino a quello che si inchina a favore di camera. L'umanità che affronta quarantadue chilometri di inferno per finire inondata da applausi e abbracci. E alla fine la meta ripaga la fatica
7 APR 25
Ultimo aggiornamento: 16:5612 GIU 26
Tradotto con IA
Versione italiana
Immagine di Osservare chi corre una maratona per capire perché ne vale la pena

Foto LaPresse

Non ho mai capito la gente che corre, e non lo dico in senso deteriore; proprio mi manca quel pezzo che mi induce a mettere un balzello dietro l’altro per cinque, venti, quarantadue chilometri. Ieri però c’era la maratona di Milano e io sono stato in piazza Duomo ad attendere due concorrenti miei amici, nel caso fossero sopravvissuti. Ho potuto così notare la varia umanità che taglia il traguardo e la relativa gamma di emozioni: c’è il professionale e lo scassato, quello che arriva trascinandosi e quello che ha ancora energie per mettersi a ballare, il mutilo e il reduce da brutte malattie, quello che piange e quello che cerca di vomitarmi sulle scarpe, il turista con la maglia del Milan e quello che si inchina in favore di telecamera, quello con un pollo di peluche e quello che indossa la tenuta di remotissime società polisportive, quello che ci mette poco ma è arrabbiato perché poteva far meglio e quello che arriva un’ora dopo ma è raggiante perché non credeva di farcela.
Parafrasando Balthasar, la maratona è un inferno che esiste ma che è vuoto; dopo quarantadue chilometri di sacramenti, infatti, tutti vengono accolti da applausi, abbracci, affetti che li cercano premurosamente e perfino una medaglia. È una lampante, quasi didascalica metafora di come l’esistenza, pur costando fatica, alla fine valga la pena. Sulla gente che corre ho potuto così aggiornare la mia prospettiva: tuttora non capisco perché parta, ma ho capito perché arriva.