I grandi chef come i politici: decidono loro la tua scelta

PaoloMassobrio
Chiamasi "menu degustazione" quella formula di offerta per cui lo chef propone un percorso a tema, avendo scelto lui i piatti da cucinare e il prezzo. Un tempo questo vezzo se lo concedevano soltanto gli chef famosi e super affermati; oggi lo propongono in tanti, in alternativa al menu alla carta (scelta libera dei piatti) oppure in esclusiva: prendere e lasciare. Personalmente accetto malvolentieri questa formula, ma tant'è: se sei in una comitiva di 12 e vai in visita a Matera, magari è più agile accettare il menu degustazione che ti chiede lo chef. E quindi manda la sua proposta dei piatti, dove il comodo risotto non manca mai e il prezzo è di 160 euro a testa, per sei portate. La comitiva si consulta e la metà dichiara che sei piatti sono troppi: si propone quindi un menu degustazione alternativo per sei persone con quattro piatti, e per altri sei con tre. Niente da fare, replica lo chef, e in ogni caso il menu, al di là del numero dei piatti, costerà al massimo 10 euro in meno. A questo punto si decide di andare altrove: locale meno noto, nessuna imposizione, prezzo equivalente a un terzo. E così vien fatto salvo il motivo per cui, una sera di agosto, 12 persone vanno a cena: stare insieme senza imposizioni. Questa metafora, mutuata da un episodio accaduto pochi giorni fa, risulta quanto mai attuale se la riversiamo sul teatrino della politica di questi giorni, dove è un continuo imbattersi in persone che ti dicono di non saper cosa votare, come se si fosse ribaltato un sistema: è lo chef (o il capopartito) che decide il tuo percorso, non il cittadino che magari paga anche le tasse e si illude di poter esprimere una rappresentanza. Chi siederà alla Camera o al Senato, insomma, è un rebus di difficile interpretazione e la sceneggiata dei 101 simboli presentati, altro non è che lo specchio di una politica che gioca con il fuoco. Una politica che prima ha mortificato la partecipazione abolendo le preferenze; poi ha creato aggregazioni che talvolta non hanno neppure un nome, se non quello del personalismo come regola. Al di là della fantasia dei simboli, che si presta a farci schernire in tutto il mondo, molti non hanno saputo rispettare nemmeno le più elementari regole del marketing. E dietro a quei nomi sbandierati si profilano più divisioni che intenti di sintesi. A Pignola (Potenza) hanno recuperato la statua lignea della Madonna della Fiducia, che evoca una parola di speranza per il futuro. I cittadini questo sentimento lo stanno un po' perdendo, ma perché gli "chef" non tornano sinceramente ad aver fiducia nel cosiddetto popolo?
Chiamasi "menu degustazione" quella formula di offerta per cui lo chef propone un percorso a tema, avendo scelto lui i piatti da cucinare e il prezzo. Un tempo questo vezzo se lo concedevano soltanto gli chef famosi e super affermati; oggi lo propongono in tanti, in alternativa al menu alla carta (scelta libera dei piatti) oppure in esclusiva: prendere e lasciare. Personalmente accetto malvolentieri questa formula, ma tant'è: se sei in una comitiva di 12 e vai in visita a Matera, magari è più agile accettare il menu degustazione che ti chiede lo chef. E quindi manda la sua proposta dei piatti, dove il comodo risotto non manca mai e il prezzo è di 160 euro a testa, per sei portate. La comitiva si consulta e la metà dichiara che sei piatti sono troppi: si propone quindi un menu degustazione alternativo per sei persone con quattro piatti, e per altri sei con tre. Niente da fare, replica lo chef, e in ogni caso il menu, al di là del numero dei piatti, costerà al massimo 10 euro in meno. A questo punto si decide di andare altrove: locale meno noto, nessuna imposizione, prezzo equivalente a un terzo. E così vien fatto salvo il motivo per cui, una sera di agosto, 12 persone vanno a cena: stare insieme senza imposizioni. Questa metafora, mutuata da un episodio accaduto pochi giorni fa, risulta quanto mai attuale se la riversiamo sul teatrino della politica di questi giorni, dove è un continuo imbattersi in persone che ti dicono di non saper cosa votare, come se si fosse ribaltato un sistema: è lo chef (o il capopartito) che decide il tuo percorso, non il cittadino che magari paga anche le tasse e si illude di poter esprimere una rappresentanza. Chi siederà alla Camera o al Senato, insomma, è un rebus di difficile interpretazione e la sceneggiata dei 101 simboli presentati, altro non è che lo specchio di una politica che gioca con il fuoco. Una politica che prima ha mortificato la partecipazione abolendo le preferenze; poi ha creato aggregazioni che talvolta non hanno neppure un nome, se non quello del personalismo come regola. Al di là della fantasia dei simboli, che si presta a farci schernire in tutto il mondo, molti non hanno saputo rispettare nemmeno le più elementari regole del marketing. E dietro a quei nomi sbandierati si profilano più divisioni che intenti di sintesi. A Pignola (Potenza) hanno recuperato la statua lignea della Madonna della Fiducia, che evoca una parola di speranza per il futuro. I cittadini questo sentimento lo stanno un po' perdendo, ma perché gli "chef" non tornano sinceramente ad aver fiducia nel cosiddetto popolo?