Prego FĂźhrer, ci dica. Giornali stranieri al cospetto di Hitler
Paolo Valentino
02/10/2025

âLa stampa italiana con me si è sempre comportata in modo leale e correttoâ, disse al termine dellâintervista Adolf Hitler, congedandosi da Pietro Solari, inviato della Gazzetta del Popolo e amico personale di Joseph Goebbels. Era il 6 dicembre 1931 ed era la seconda volta nellâarco di poco piĂš di un anno che Solari, giornalista molto gradito al regime di Mussolini, si ritrovava al cospetto del FĂźhrer del nazismo, non ancora arrivato al potere.
Lo aveva giĂ incontrato nel settembre dellâanno precedente, interrompendo un lungo intervallo. Era infatti dal 1923, alla vigilia del putsch di Monaco, il fallito golpe che gli era costato un anno di carcere, che il leader nazionalsocialista non si era piĂš espresso su un quotidiano italiano. Ma ora era tutto cambiato. La lunga traversata del nazismo nel caos violento della Repubblica di Weimar si era conclusa. Lâintervista era stata concessa sullâonda della spettacolare avanzata della Nsdap, il partito hitleriano, nelle elezioni politiche dellâautunno 1930, dove aveva ottenuto piĂš del 18 per cento dei voti, portando al Reichstag ben 107 deputati.
Nella prima delle due interviste a Solari, che dopo il 1945 avrebbe steso un furbo velo sui suoi trascorsi fascisti e sarebbe diventato corrispondente da Berlino per il Corriere della Sera, Hitler celebrava lâItalia fascista come âgrande Nazioneâ che âha strappato alla Francia il primato tra le nazioni latineâ. E, considerando i suoi â47 milioni di cittadini sparsi nel mondo in rapporto al suo spazioâ, ne sottolineava âle molte affinitĂ con la Germaniaâ. Ancora piĂš significativo, un passaggio del secondo colloquio, dove Hitler dimostrava chiaramente di aver âimparatoâ da Mussolini quanto a strategia e tattica nella conquista del potere: âIl nazionalsocialismo tedesco è costretto a combattere il centro cattolico esattamente come ha fatto Mussolini per liberarsi dai popolari. Noi non combattiamo la Chiesa cattolica. Non siamo religiosi, siamo un movimento politico. E se il cattolicesimo si identifica politicamente con il centro, non è colpa nostraâ.
Ma Hitler fu ancora piĂš esplicito con il giornalista italiano, del quale allâevidenza si fidava, tradendo le sue vere intenzioni: âAlle prossime elezioni per il Parlamento della Prussia, spazzeremo via socialdemocratici e centristi e ci impossesseremo del potereâ. Come avrebbe rivelato anni dopo Solari, il leader nazista gli chiese tuttavia di non pubblicare questa risposta: âGli diedi la mia parola. E il capo dei nazionalsocialisti mi congedò con un saluto romano e una calorosa stretta di manoâ.
Nel corso della sua carriera, Adolf Hitler ha concesso piĂš di cento interviste alla stampa estera. Sin dai suoi esordi in politica, i giornalisti di tutto il mondo e in particolare quelli americani furono affascinati dalla figura del capo nazista, che soprattutto dopo il tentativo di colpo di Stato del 1923 divenne il loro primo oggetto del desiderio. Ancora di piĂš questo fu vero dopo il 1930, lâanno della svolta.
Hitler da parte sua non sopportava i giornalisti e le loro domande: non quelli del paese fascista alleato, lâItalia, e men che meno gli inviati dei paesi capitalisti democratici, che lui considerava manovrati dal Weltjudentum, lâebraismo mondiale. Non tollerava il concetto stesso di dialogo che è proprio del format, preferendo lunghi e ininterrotti monologhi. Ma il leader nazista sapeva anche di aver bisogno dei giornali stranieri, per migliorare la sua immagine, propagandare le sue idee, non ultimo vendere spudorate bugie sui suoi reali obiettivi, sia prima di arrivare al potere che dopo averlo conquistato. Di piĂš, fino al 1933, lâanno della sua nomina a cancelliere, per farsi intervistare egli pretendeva anche un sostanzioso onorario, che andava direttamente nelle casse della Nsdap, in permanente bisogno di fondi.
Eâ merito di Lutz Hachmeister, giornalista e storico tedesco dei mass media, se le interviste di Hitler ai giornali esteri vengono ora raccolte in un libro appena uscito in Germania per i tipi di Kiepenheuer & Witsch. In Hitlerâs Interviews. Der Diktator und die Journalisten, lâautore, purtroppo scomparso nellâagosto scorso, racconta le storie di questi incontri, valuta il loro contenuto in riferimento alle strategie mediatiche del dittatore e analizza i diversi gradi di complicitĂ tra gli uomini della propaganda nazista e i giornalisti.
Le oltre cento interviste di Hitler si spalmano sui tre periodi della sua vicenda: quelle dalle origini al fallito putsch del 1923, quando egli finisce nella prigione del Landsberg; quelle dal 1930 al 1933, quando il Partito nazista entra fra i protagonisti della lotta per il potere dopo il lungo disinteresse al personaggio della seconda metĂ degli anni Venti; infine, quelle piĂš rare da cancelliere del Terzo Reich e FĂźhrer di tutti i tedeschi. Nella divisione per paesi, 60 interviste vennero concesse a giornalisti angloamericani, 17 a inviati italiani, 8 a reporter francesi e il resto a iberici, ungheresi, polacchi, danesi, svedesi, giapponesi ed egiziani. A organizzarle e gestirle era Ernst Sedgwick Hanfstaengl, detto Putzi, storico responsabile della Nsdap per la stampa estera, che aveva frequentato lâUniversitĂ di Oxford e conosceva personalmente tanti giornalisti inglesi e americani.
âPer inviati e corrispondenti stranieri â scrive Hachmeister â Hitler era un trofeo da portare alle loro testate, lo scoop era lâintervista per sĂŠ, indipendentemente dalla struttura e dai contenuti. Anche per questo, la maggior parte di loro era mal preparata, nel senso biografico, strategico e politico. Molti lo lasciavano semplicemente parlare, con lo scopo di avere il prima possibile un titolo, con Hitler fissato in ruoli stereotipati sempre diversi: ora era lâex caporale boemo, ora il Mussolini della Baviera, ora il clown alla Chaplin, ora il pittore di case austriaco dallâimprobabile biografia. Ma pochi riconobbero il suo sinistro potenzialeâ. Molte delle interviste si svolgevano nel suo rifugio sullâObersalzberg, il luogo prediletto di Hitler sulle Alpi bavaresi, che dopo la presa del potere sarebbe diventato una vera e propria fortezza: il Nido dellâaquila.
La prima intervista documentata di Hitler con un italiano, forse anche la piĂš celebre alla luce della successiva carriera del giornalista, fu quella del marzo 1923 con Giulio De Benedetti, allora giovane inviato della Gazzetta del Popolo di Torino. Secondo quanto avrebbe raccontato il futuro direttore della Stampa nelle sue memorie, si trattò di un incontro casuale nella redazione di Monaco del VĂślkischen Beobachters, lâorgano nazista, dove il capo si sarebbe appalesato improvvisamente alla testa di âuna banda di esaltati, volti da neurotici o cocainomani, che mi ricordavano un poâ i âcekistiâ moscovitiâ. De Benedetti, che era ebreo, ricostruĂŹ il colloquio come storia, cioè senza domande e risposte. Visto da vicino Hitler dava unâimpressione banale: il suo volto era âordinario e non interessanteâ, la âsua figura tozzaâ, la sua eleganza âfalsa e dozzinaleâ. Con lui Hitler parlò a lungo delle somiglianze tra il suo programma e quello di Mussolini, ma si disse deluso che il duce, da meno di un anno presidente del Consiglio, non avesse ancora riconosciuto il pericolo centrale costituito dallâebraismo internazionale. Lâarticolo di De Benedetti è spesso ironico e divertito dalle sparate di Hitler, la conclusione senzâappello: âNon mi pare affatto un pericoloso dittatoreâ.
Ben diverso il tono dellâintervista firmata da Luigi Negrelli e apparsa sul Corriere Italiano il 16 ottobre dello stesso anno, sotto il titolo âLa giovane Germania prepara la riscossaâ. Negrelli, fascista dogmatico, amico personale di Hermann GĂśring e futuro portavoce di Mussolini a Salò, strappò a Hitler un messaggio importante: per il FĂźhrer, la questione dellâAlto Adige non doveva essere motivo di discordia tra Italia e Germania. âNon mi lascio trascinare dalla stampa viennese in una campagna contro lâItalia su questo tema. Ci sono 17 milioni di tedeschi fuori dai confini e dobbiamo preoccuparci dei 180 mila che sono sotto lâItalia?â, disse il capo nazista. Lâultima intervista prima del putsch dâautunno e della successiva incarcerazione fu quella data a Gustavo Traglia, notorio irredentista e inviato di Epoca, dove Hitler manifestò di nuovo la sua ammirazione per âlâonorato Mussoliniâ.
BisognerĂ aspettare il 1930 per rivedere Hitler intervistato da un quotidiano italiano. Come si è detto, fu un doppio scoop per Pietro Solari, della Gazzetta del Popolo. In entrambi i colloqui, il leader nazionalsocialista affronta il tema delle âriparazioniâ, che lui però definisce âtributiâ, imposti alla Germania dal Trattato di Versailles, che la Nsdap combatte e di cui chiede la revisione: âSono 740 miliardi di marchi â disse Hitler â. Una somma assurda e insensata, dovremmo arrivare fino al 1988 per saldare quello che rimaneâ. In realtĂ , la Germania ha finito di pagare i debiti della Grande Guerra nel 2010. Tra le due interviste a Solari, nella primavera 1931, uscirono unâintervista a Bruno Calzinga su La Tribuna e la prima delle due concesse da Hitler a Gino Cucchetti per il Popolo dâItalia, lâorgano fascista, in cui il futuro dittatore parlò di âunâalleanza anglo-italo-tedescaâ, che da sola avrebbe potuto âsalvare la civiltĂ europea dalla doppia tenaglia della Francia resa meticcia dal sangue nero da un lato e dellâincubo del bolscevismo asiatico dallâaltroâ. Cucchetti pubblicherĂ la seconda intervista in novembre.
âConversazione con Adolf Hitler nella casa di Federico Nietzscheâ, fu lo strano titolo con cui La Stampa pubblicò il 31 gennaio 1932 unâinsolita intervista a Hitler di Italo Zingarelli, figlio di Nicola, condotta appunto a Weimar, nella casa natale del filosofo. In febbraio toccò ad Alfredo Stendardo, per il Giornale dâItalia, e subito dopo al fascistissimo Filippo Bojano, intimo di Mussolini che aveva conosciuto tramite Gabriele DâAnnunzio e per lunghi anni corrispondente da Berlino del Popolo dâItalia e dellâAgenzia Stefani. Il quale però uscĂŹ piuttosto deluso dallâincontro, perchĂŠ il FĂźhrer non disse nulla di sostanziale o degno di un titolo decente. Bojano rimase nella capitale tedesca fino al 1940 ed ebbe anche un altro breve incontro con Hitler nel 1938 a Vienna durante lâAnschluss, lâannessione dellâAustria al Terzo Reich. Ma a partire dal 1944 egli fece il salto della quaglia, descrivendosi come un perseguitato del regime nazista, minacciato da Goebbels e Ribbentrop. Operazione allâevidenza riuscita, dal momento che negli anni Cinquanta Bojano divenne caporedattore alla Rai. Ancora nel 1932, uscĂŹ su Il Tevere unâintervista con il capo nazista di Remo Renato Petitto: âCome il Duce vuole essere il restauratore della razza italiana, cosĂŹ Hitler vuole essere quello della razza germanicaâ. âEâ chiaroâ, scrisse Petitto, âche le camicie brune hanno il potere e i mezzi per fare una marcia su Berlino. PerchĂŠ non lo hanno fatto? E cosa vogliono raggiungere con le elezioni di novembre? Eâ un segretoâ.
Anche il gerarca Carlo Scorza, che sarebbe stato lâultimo segretario del Partito fascista, ebbe un colloquio con Hitler nel 1932, il cui resoconto finĂŹ lâanno successivo nella pubblicazione âFascismo. Idea Imperialeâ dove spiegò che il FĂźhrer vedeva âun blocco unitario tra Germania e Italia, fatto di 110 milioni di persone con virtĂš comuni come salute morale, disponibilitĂ al sacrificio e forza fisicaâ.
Ma dopo la nomina a Reichskanzler, di interviste di Hitler con la stampa italiana non ne apparvero piĂš. A parte il breve incontro di Bojano a Vienna. Secondo Hachmeister, il regime fascista ânon vedeva piĂš di buon grado una valorizzazione del FĂźhrer sui media della penisolaâ. Mentre agli occhi di Berlino la presenza di Hitler sui giornali italiani aveva perso rilevanza strategica: il FĂźhrer non si considerava piĂš lâallievo del maestro Mussolini, lo aveva superato. Nel libro di Hachmeister, rigorosamente ricercato e documentato, non câè invece traccia della presunta intervista a Hitler che Indro Montanelli rivendicò di aver fatto il 1° settembre 1939, giorno dâinizio della Seconda guerra mondiale. Montanelli raccontava di averlo incontrato per caso (il FĂźhrer sarebbe stato a bordo di un blindato) alla frontiera con la Polonia e di essere stato subito investito da un suo lunghissimo sproloquio.


