Guglielmo Vicario e il gran valore della gavetta
Francesco Gottardi
03/25/2024

È stato a lungo il numero due. Se non tre o quattro. Abituato a tenersi pronto, mentre in partita gli preferivano spesso un altro portiere. Oggi invece Guglielmo Vicario para più di tutti. E bene come pochi altri. Così il debutto in Nazionale – con tanto di clean sheet, nel 2-0 sull’Ecuador – è apparso perfino in discesa, talmente era nell’aria anche se tardivo a concretizzarsi. Come se quella porta l’avesse difesa da sempre.
Eppure, se c’è una cosa che il ragazzo ha imparato nel corso della sua singolare carriera è che non conta arrivare per primi. O peggio, bruciare le tappe. Ma arrivare bene, per restarci: piedi per terra e atterraggio morbido. “L’Italia è un traguardo che mi ero prefissato”. E ancora una volta se l’è preso. Ci sono soprannomi che raccontano un calciatore più di mille parole. Altri invece mandano fuori rotta. Prendiamo Vicario. Ai tempi di Venezia, i tifosi l’avevano affettuosamente battezzato ‘tegoina’: cioè fagiolino, per quel suo fisico filiforme e poco incline a spaventare gli attaccanti avversari.
La scorsa estate, firmando per il Tottenham, viene chiamato Venom: come il mostruoso antagonista di Spider Man, con velocità e riflessi sovrumani. Nel mezzo,
un quadriennio, si dedurrebbe che Vicario sia caduto nel proverbiale pentolone di pozione magica. Invece ha semplicemente lavorato duro, affinando in palestra – quello sì – un corpo atipico rispetto ai canoni muscolari del portiere moderno. E il potenziale difetto ne è diventato la sua forza. Perché tra i pali Guglielmo ha il senso della posizione di un rapace, la reattività di un gatto e le leve di un trampoliere. Chimera di successo: è l’estremo difensore che ha respinto più tiri nella Serie A 2021/22, il quarto per percentuale di parate (73,9) nel campionato seguente e il quinto per l’indicatore preferito dagli inglesi (gol subiti attesi meno gol effettivamente concessi: 3,2) nella Premier League in corso. A quasi 28 anni, com’è possibile che il grande calcio ci abbia messo tanto ad accorgersi di lui?
La scorsa estate, firmando per il Tottenham, viene chiamato Venom: come il mostruoso antagonista di Spider Man, con velocità e riflessi sovrumani. Nel mezzo,
un quadriennio, si dedurrebbe che Vicario sia caduto nel proverbiale pentolone di pozione magica. Invece ha semplicemente lavorato duro, affinando in palestra – quello sì – un corpo atipico rispetto ai canoni muscolari del portiere moderno. E il potenziale difetto ne è diventato la sua forza. Perché tra i pali Guglielmo ha il senso della posizione di un rapace, la reattività di un gatto e le leve di un trampoliere. Chimera di successo: è l’estremo difensore che ha respinto più tiri nella Serie A 2021/22, il quarto per percentuale di parate (73,9) nel campionato seguente e il quinto per l’indicatore preferito dagli inglesi (gol subiti attesi meno gol effettivamente concessi: 3,2) nella Premier League in corso. A quasi 28 anni, com’è possibile che il grande calcio ci abbia messo tanto ad accorgersi di lui?
L’inizio prometteva bene. Udine, sognando Handanovic. Per la classe 1996-97, le giovanili bianconere contavano su un pacchetto di formidabili guantoni: Simone Scuffet, Alex Meret, Samuele Perisan e appunto Vicario. Che dei fantastici quattro sembrava il meno predestinato. Addirittura snobbato dal professionismo: la prima volta in prima squadra è con il Fontanafredda in Serie D. Poi nel 2015 lo vuole il rinascente Venezia, stessa categoria ma tutt’altra storia. Vicario si tuffa nella polvere, conquista la Serie C sul campo – uno piuttosto mal ridotto, in verità, nelle Prealpi bellunesi – e definirà quell’esperienza “il mio spartiacque”.
Poi altra gavetta, con Pippo Inzaghi allenatore. Fa il secondo portiere di Andrea Facchin e poi di Emil Audero. Ma intanto si sale: Serie B, da titolare, quando un illustre
predecessore come Walter Zenga decide di puntare su di lui. Il ragazzo subisce tanti gol (oltre uno a partita) ma ne salva di più. Nel 2020 lo compra il Cagliari in Serie A: sarà di nuovo il secondo, dietro Alessio Cragno. La squadra retrocede, lui no. Viene ceduto all’Empoli, prestito con diritto di riscatto a 10 milioni: due stagioni dopo i toscani lo rivenderanno a più del doppio. Nel frattempo lo show in area piccola, le paratone a favor di social, i riflettori che Vicario ha sempre evitato con cura. Preferisce leggere, giocare alla playstation, mangiare pesce al ristorante. Magari laurearsi, un giorno.
Poi altra gavetta, con Pippo Inzaghi allenatore. Fa il secondo portiere di Andrea Facchin e poi di Emil Audero. Ma intanto si sale: Serie B, da titolare, quando un illustre
predecessore come Walter Zenga decide di puntare su di lui. Il ragazzo subisce tanti gol (oltre uno a partita) ma ne salva di più. Nel 2020 lo compra il Cagliari in Serie A: sarà di nuovo il secondo, dietro Alessio Cragno. La squadra retrocede, lui no. Viene ceduto all’Empoli, prestito con diritto di riscatto a 10 milioni: due stagioni dopo i toscani lo rivenderanno a più del doppio. Nel frattempo lo show in area piccola, le paratone a favor di social, i riflettori che Vicario ha sempre evitato con cura. Preferisce leggere, giocare alla playstation, mangiare pesce al ristorante. Magari laurearsi, un giorno.
È il ritratto della consistenza. Del binomio talento-lavoro, così raro in quest’epoca di edonismo calcistico. Perché a Vicario nessuno ha regalato nulla. Nemmeno la fortuna, che arrise così presto ai suoi compagni dell’Udinese. Soltanto Meret, scudettato a Napoli, è riuscito a costruirsi una carriera migliore. Il punto è che quella di Guglielmo – grande Londra, obiettivo Europei – è appena cominciata.


