Non chiedetevi perchè Ousmane si è ucciso, ma perché gli altri sono ancora vivi
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02/08/2024
(foto Ansa)
Ho letto tutto quello che trovavo sul ventunenne Ousmane Sylla, tanto. Ho letto Annalisa Camilli, su Internazionale. Ieri, sul Manifesto, a firma di Giansandro Merli, un ennesimo articolo sul suo soggiorno italiano, che è inevitabile descrivere come un calvario dalle stazioni via via più precipitose, fino al messaggio ultimo. Una vittoria esemplare dei nemici delle migrazioni: arrivato fin qua, nel modo in cui si arriva dalla Guinea o dal resto del mondo, desiderava più di ogni altra cosa di tornare a casa sua, a casa di sua madre. Anche questo era impossibile, ho letto, perché aveva ricevuto un decreto di espulsione, ma il rimpatrio in Guinea non è autorizzato da un accordo. Se non lui, la sua spoglia poteva sperare di tornare a sua madre, l’ha scritto su un muro prima dell’alba e si è impiccato.

Ho pensato e scritto innumerevoli volte che coloro che sono addestrati e pagati per occuparsi di questi disastri dell’umanità, e tutti gli altri che se ne occupano gratuitamente perché sono restati umani, non dovrebbero interrogarsi tanto sulle ragioni che hanno spinto Ousmane Sylla a uccidersi; dovrebbero chiedersi soprattutto come mai tante altre e altri come lui non si uccidano. E’ questo a stupire. La mia raccomandazione è ignorata, o tutt’al più messa in conto a un gusto per il paradosso. Imbecilli. Autori e complici di un sistema paradossale teso ad annichilire il senso della vita e a rendere desiderabile la morte. Si chiede loro di spiegare i troppi suicidi in carcere: spieghino come mai tanti altri non si suicidino.

E tuttavia, inetti come sono a riconoscere il proprio paradosso, alla fine, quasi senza volere, senza sapere, lasciano trasparire la verità. “Sulla morte di Ousmane è stata aperta un’istruttoria per istigazione al suicidio”. Un dovere d’ufficio, un mero passaggio burocratico. Basterebbe che ripensassero al senso delle parole. Queste carceri istigano al suicidio, e occorre una tempra di acciaio o un’anestesia totale per sottrarvisi. Il Cpr è un luogo concepito per istigare al suicidio. Non ha nemmeno il vecchio alibi carcerario di punire qualcosa, qualche reato, qualche trasgressione. Punisce la colpa di esserci, e di essere arrivati fin là. Poi ti dà, grazie alla strage di Cutro, ben diciotto mesi per portare a compimento la finalità d’istituto. Si apra un’inchiesta sui prigionieri del Cpr che, pazzi, non si sono ancora ammazzati, e che, valli a capire, all’alba, quando hanno trovato Ousmane e hanno letto il suo saluto sul muro, mettono a fuoco la parte di mondo cui sono riusciti ad arrivare da tanto lontano.