Caro Manconi, la guerra al pol. corr. non risponde solo al desiderio di usare vecchi insulti
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11/16/2024

Mi perdonerà Luigi Manconi se ancora una volta prendo spunto da un suo intervento (“Il linguaggio inquinato”, su Repubblica di ieri) per ragionare su una questione che mi sta a cuore quanto a lui. Manconi esordisce così: “E se, alla resa dei conti, la guerra contro il politicamente corretto rivelasse il desiderio non so quanto inconscio di poter chiamare ancora negri i negri e froci i froci?”. Non c’è dubbio che per alcuni, forse per molti, sia così; ma l’enfasi sulle pulsioni individuali rischia di farci perdere di vista l’essenziale, che è un gioco delle parti tutto sociale, per il quale la contesa sul linguaggio è soltanto uno dei pretesti. Proviamo a capovolgere la domanda: e se, alla resa dei conti, la promozione del politicamente corretto rivelasse il desiderio non so quanto inconscio di porsi in una posizione superiore – ortopedico-pedagogica, come direbbe Giovanni Orsina – rispetto ai propri interlocutori? Finché non si capisce la meccanica sociale di questa altalena a carosello di spinte e controspinte si è condannati a bollare come “allucinazione” (ancora Manconi) l’idea che Kamala Harris possa aver perso anche per questioni apparentemente così irrilevanti. È la vecchia gag circense del clown bianco (virtuoso e farisaico) e dell’augusto (puerile e pasticcione), tanto cara a Fellini: “Il clown bianco pretenderà che l’augusto sia elegante. Ma tanto più questa richiesta verrà fatta con autorità, tanto più l’altro si ridurrà a essere stracciato, goffo, impolverato”. C’è gente che non avrebbe nessuna voglia di usare espressioni “scorrette”, se non fosse che i clown bianchi pretendono di insegnargli come deve parlare, e di metterlo dietro alla lavagna se non lo fa. Non è da qualche inconscio barbarico che pesca i suoi bassi istinti linguistici, ma da una dialettica perversa che è interamente sociale, e che a lungo andare tira fuori il peggio di entrambe le parti. Prima lo capiamo, meglio è per tutti.


