Per riformare il lavoro statale servirebbe una "legge Sgarbi"
Antonio Gurrado
02/06/2024
Vittorio Sgarbi - ansa
Modesta proposta: per chi lavora per lo stato, introduciamo l’obbligo di avere anche un’attività privata. Avete capito bene, l’obbligo e non la proibizione; un po’ come nel Seicento gli ebrei sefarditi costringevano tutti a imparare un’attività manuale, così che non si perdessero nei fumi dei mestieri astratti. Imporre l’obbligo di attività privata parallela sarebbe un presidio di eccellenza: indurrebbe infatti i dipendenti pubblici a maggiore duttilità e aggiornamento più costante.
Sarebbe un presidio di merito: mentre nella notte dell’impiego statale spesso tutte le vacche sono bigie, l’attività privata spietatamente distingue fra chi è bravo e no, informazione che può tornare utile allo stato, affinché ne tragga le debite conseguenze. Sarebbe un presidio di efficienza: costretti dall’interesse personale, i dipendenti pubblici eviterebbero di perdersi in chiacchiere. Sarebbe un presidio di realtà: immergendosi nel contesto darwiniano del privato, i dipendenti pubblici diventerebbero molto più disponibili ed empatici nei confronti degli utenti. Sarebbe infine un presidio di libertà: poiché dimostrerebbe che, affidando un incarico a qualcuno, lo stato non annulla l’individuo ma lo esorta a farsi valere per le sue specifiche capacità e inclinazioni. Da tempo penso che una normativa del genere non possa essere che benvenuta; da ieri sono convinto che bisognerebbe chiamarla “legge Sgarbi”.