Manni sul set di Argento. "Accanto a Von Sydow davo la caccia al killer"
Michele Borghi
11/14/2023

Per questo primo viaggio in compagnia di Cinepop, la macchina del tempo ci riporta indietro di 22 anni. Quando al cimitero monumentale di Torino, sotto l’occhio del maestro Dario Argento, c’era anche Mino Manni nella squadra anti-mostro di “Non ho sonno”. L’attore, regista e direttore del Teatro Verdi di Fiorenzuola apre il cassetto dei ricordi mentre si trova in Sicilia a girare “Eterno visionario”, il nuovo film di Michele Placido.
Dopo Vittorio Fanfoni, poliziotto in “Profondo rosso”, un altro attore piacentino scelto da Argento per smascherare il colpevole. Ricorda l’incontro con il nume tutelare del giallo all’italiana?
«Conoscevo la responsabile casting di “Non ho sonno” e ci fu il provino con l’assistente di Argento. Poi incontrai finalmente Dario: è stata una chiacchierata per me indimenticabile, a tu per tu, senza cineprese o macchine fotografiche. Parlammo a lungo del mio lavoro e della mia tournée teatrale di quel periodo, era il 2001. Evidentemente filò tutto liscio perché poco dopo mi ritrovai sul set. Era un sogno che si avverava, avevo cercato io quell’incontro, sono sempre stato fan sfegatato di Argento. Oggi posso dire che è stata un’esperienza potente, divertente, per certi versi irripetibile».
Si è divertito a dare la caccia a uno spietato serial killer, tra l’altro con lo zampino – in fase di sceneggiatura – di Carlo Lucarelli?
«Pazzesco. Ho girato per tre giorni a Torino, nel film mi aggiro per il cimitero monumentale con due volti mitici del cinema come Max Von Sydow, il detective in pensione, e Rossella Falk, la madre del principale sospettato».
Sulle tracce dell’assassino c’era pure Paolo Maria Scalondro, ovvero il commissario Manni.
«Sì, una curiosa omonimia!»
Argento girò un thriller notturno e iperviolento, scandito dalle musiche dei Goblin.
«Sergio Stivaletti, autentico genio degli effetti speciali, aveva ricreato una testa sgozzata che spruzzava sangue, sembrava vera. Argento era caricatissimo e ispirato, non stava mai fermo: alla controfigura in guanti neri che doveva aggredire una ragazza in auto, lui urlava di essere “più feroceeee”. Si arrabbiò con i curiosi che, ai lati del set, commentarono le incertezze della comparsa. Ad un certo punto, il regista si calò nei panni del killer. Era insomma un ciclone di energia. Quel giorno c’era pure Gabriele Lavia. La scena venne benissimo».
Con Von Sydow come andò?
«L’ho visto stare sul set anche quando non recitava. Trovai il coraggio di avvicinarlo, gli augurai “Buona domenica” e lui mi rispose cordialmente in italiano. Con totale umiltà prendeva posto accanto ad Argento per seguire le riprese. Dario era molto tenero con il suo attore protagonista, lo coinvolgeva sempre».
Dopo Vittorio Fanfoni, poliziotto in “Profondo rosso”, un altro attore piacentino scelto da Argento per smascherare il colpevole. Ricorda l’incontro con il nume tutelare del giallo all’italiana?
«Conoscevo la responsabile casting di “Non ho sonno” e ci fu il provino con l’assistente di Argento. Poi incontrai finalmente Dario: è stata una chiacchierata per me indimenticabile, a tu per tu, senza cineprese o macchine fotografiche. Parlammo a lungo del mio lavoro e della mia tournée teatrale di quel periodo, era il 2001. Evidentemente filò tutto liscio perché poco dopo mi ritrovai sul set. Era un sogno che si avverava, avevo cercato io quell’incontro, sono sempre stato fan sfegatato di Argento. Oggi posso dire che è stata un’esperienza potente, divertente, per certi versi irripetibile».
Si è divertito a dare la caccia a uno spietato serial killer, tra l’altro con lo zampino – in fase di sceneggiatura – di Carlo Lucarelli?
«Pazzesco. Ho girato per tre giorni a Torino, nel film mi aggiro per il cimitero monumentale con due volti mitici del cinema come Max Von Sydow, il detective in pensione, e Rossella Falk, la madre del principale sospettato».
Sulle tracce dell’assassino c’era pure Paolo Maria Scalondro, ovvero il commissario Manni.
«Sì, una curiosa omonimia!»
Argento girò un thriller notturno e iperviolento, scandito dalle musiche dei Goblin.
«Sergio Stivaletti, autentico genio degli effetti speciali, aveva ricreato una testa sgozzata che spruzzava sangue, sembrava vera. Argento era caricatissimo e ispirato, non stava mai fermo: alla controfigura in guanti neri che doveva aggredire una ragazza in auto, lui urlava di essere “più feroceeee”. Si arrabbiò con i curiosi che, ai lati del set, commentarono le incertezze della comparsa. Ad un certo punto, il regista si calò nei panni del killer. Era insomma un ciclone di energia. Quel giorno c’era pure Gabriele Lavia. La scena venne benissimo».
Con Von Sydow come andò?
«L’ho visto stare sul set anche quando non recitava. Trovai il coraggio di avvicinarlo, gli augurai “Buona domenica” e lui mi rispose cordialmente in italiano. Con totale umiltà prendeva posto accanto ad Argento per seguire le riprese. Dario era molto tenero con il suo attore protagonista, lo coinvolgeva sempre».

di Michele Borghi


