I dazi trumpiani riequilibrano la corsa elettorale canadese
Marco Arvati
03/06/2025
GettyImages
“Combatteremo, ma non ci sono vincitori in una guerra commerciale”, ha detto il primo ministro canadese, Justin Trudeau, nella conferenza stampa indetta per commentare i dazi imposti dagli Stati Uniti sulle merci canadesi. Donald Trump ha imposto dazi del 25 per cento su tutte le merci importate dal Canada, con un’esenzione di un mese per il settore automotive, e del 10 per cento sull’energia; ha motivato la mossa alludendo a un mancato controllo dei confini da parte del Canada, che avrebbe fatto sì che la droga sintetica fentanyl potesse entrare negli Stati Uniti. In realtà, come dimostrato da un’inchiesta del giornale canadese Globe and Mail, i chili di fentanyl intercettati al confine settentrionale sono 19, una percentuale irrisoria rispetto ai 9.600 sequestrati al confine meridionale. Anche per questo, l’economista Paul Krugman ha asserito che quella del fentanyl sarebbe solo una scusa, e la guerra commerciale voluta da Trump non avrebbe nessuna motivazione. Trudeau ha deciso di adottare dazi reciproci sugli Stati Uniti, a effetto immediato per 20 miliardi di dollari, e ulteriori 87 miliardi entro 21 giorni. La ministra degli Esteri Melanie Joly ha messo in guardia Washington riguardo al fabbisogno energetico americano: gli Stati Uniti, infatti, importano dal Canada circa il 60 per cento del loro greggio, che poi raffinano in Texas.
A partire dalla prima minaccia di dazi il mese scorso, i canadesi si sono stretti intorno al governo, riscoprendo un sentimento nazionalistico poco presente in Canada: nei negozi le merci canadesi sono state segnalate con etichette e si è cercato di sensibilizzare gli acquirenti a comprarle, evitando i marchi americani. La bandiera con la foglia d’acero, che non è mai stata davvero identitaria, è stata acquistata più spesso, molti la espongono sui balconi per rimarcare l’indipendenza dagli Stati Uniti e da un presidente che continua a definire Trudeau, con disprezzo, “governatore”, come se il paese fosse una provincia statunitense. Anche l’inno, O Canada, ha riottenuto centralità: durante una partita di hockey contro gli Stati Uniti, i canadesi hanno fischiato l’inno americano e cantato a squarciagola il proprio.
Se prima dello scontro aperto tra Trump e il Canada Poilievre era molto favorito secondo i sondaggi, nell’ultimo mese la situazione sembra essersi riequilibrata: innanzitutto Trudeau, dopo dieci anni di governo che hanno stancato la popolazione, ha deciso di non ricandidarsi e il Partito liberale andrà alle primarie tra pochi giorni, il 9 marzo. A contendersi la leadership, tra gli altri, sono l’ex ministra del Commercio internazionale Chrystia Freeland, che durante il primo mandato di Trump è stata centrale nella rinegoziazione del Nafta, l’accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico, e l’ex governatore della Banca centrale del Canada, e successivamente della Banca d’Inghilterra, Mark Carney. Nell’arco di un mese, la situazione politica è cambiata: le elezioni sembrano contendibili, il Canada si è riscoperto un paese patriottico, i conservatori attaccano i liberali perché ritengono che stiano cavalcando un nazionalismo che non li aveva mai contraddistinti, mentre i liberali ritengono Poilievre un trumpiano che ha smesso di esserlo solo per convenienza. Tutti gli esponenti politici, però, concordano sul fatto che i dazi distruggeranno entrambe le economie, troppo interconnesse per sopportarli.