Se l’Italia non dà l’ok ora, l’accordo Ue-Mercosur salta. Parla Cimmino, vicepresidente di Confindustria
Davide Mattone
12/17/2025
Foto:Ansa. 
“Se la firma slitta io sono quasi convinta che l’accordo possa saltare” commenta al Foglio senza tanti giri di parole Barbara Cimmino, vicepresidente di Confindustria per l’export e l’attrazione investimenti. Il tema è l’accordo Ue-Mercosur, e l’Italia è l’ago della bilancia tra la richiesta francese di rinviare il voto a gennaio e il calendario di Lula e Ursula von der Leyen.
Senza un sì in Consiglio europeo entro il 19 dicembre, la firma Ue-Mercosur, prevista per il 20 dicembre, scivola nel 2026. E da Bruxelles cresce l’ansia di perdere peso geopolitico, insieme alle garanzie sulle materie prime critiche e alle tutele sulle Indicazioni geografiche (Ig). “In Consiglio si vota a maggioranza qualificata: il 65 per cento basta, e la Francia non è decisiva. Il voto dell’italia è cruciale e lo sappiamo da giugno – dice Cimmino –. La domanda è: cos’è buono per l’Europa? Accogliere la richiesta francese e prendersi il rischio di lasciare un solco diplomatico? Perché il presidente Lula questo lo ha reso chiaro, e lo ha detto anche a Macron di persona.
Da un lato la vicepresidente si dice più che soddisfatta per la votazione di ieri in plenaria – dove l’Europarlamento ha approvato le nuove clausole di salvaguardia – e per l’atteggiamento dei vari partiti. Dall’altro lato, per Cimmino, il primo mito da sfatare è la caricatura del “no agricolo” come blocco compatto. Il settore agroalimentare è davvero in disaccordo? “Secondo me non fino in fondo”, risponde Cimmino, “sia Coldiretti che Confagricoltura sono consapevoli dei vantaggi, sia diretti che indiretti, anche per l’agroindustria e le Ig. L’accordo però si è incastrato con la partita della Pac (Politica agricola comune) e del bilancio Ue, e si è finiti per far leva sul Mercosur per portare avanti dei punti su questi altri dossiers. Intanto le clausole di salvaguardia sono passate, con una maggioranza amplissima”.
E se il dibattito resta incollato alla carne o alla soia, secondo Cimmino si perde di vista il vero obiettivo: “L’agricoltura è una minima parte dell’intesa. Se rinunciamo a questo accordo rinunciamo a vantaggi e tutele sul commercio delle materie prime critiche e sulle opportunità per le nostre imprese in macchinari, energia, infrastrutture. C’è anche il public procurement: imprese italiane e del Mercosur in pari condizioni nelle gare. E’ folle pensare di rinunciare. E’ un accordo che incorpora Parigi e tanta sostenibilità: è un confine epocale” dice l’esperta. Poi Cimmino commenta la parola magica, quella che suona sempre bene perché sembra morale ed etica: la reciprocità: “Sulla reciprocità si fa molta confusione: la reciprocità vera e propria non esiste nel diritto internazionale. Esistono non discriminazione e pari trattamento, e ciò che conta è il controllo ai confini”, aggiunge.
Serve tempestività, insiste Cimmino; esattamente quella che Trump critica all’Ue: “Se non si firma, l’Argentina va avanti con gli Stati Uniti e il Brasile con la Cina. Lula è stato chiaro: se si va oltre la fine del 2025 l’accordo salta. Perché prenderci questo rischio per una Francia che non cambierà mai posizione? E se guardiamo i numeri, a noi interessa di più il sodalizio con la Germania, che è di fatto il nostro primo partner commerciale, che accontentare Macron per un tema politico”, sottolinea la vice degli industriali.
I numeri che Confindustria ha messo in fila spiegano perché Roma non può che essere a favore: nel 2024 l’interscambio di beni Italia-Mercosur arriva a 13,4 miliardi, con 7,4 di export e un saldo nettamente a favore dell’Italia. Se prendiamo tutto l’interscambio Italia–Mercosur (ossia export e import), più dell’81 per cento delle merci scambiate sono beni industriali, non agricoli o altre categorie, e il 94 per cento del nostro export è fatto di beni industriali. Per l’Ue il risparmio in dazi è stimato in 4 miliardi l’anno e l’11 per cento delle linee tariffarie dell’export Ue avrebbe accesso duty-free dall’entrata in vigore. Nel dossier compaiono anche oltre 13 mila imprese italiane esportatrici e più di 1.400 presenti nell’area del Mercosur. Se l’accordo dovesse saltare, l’Italia rischierebbe di restare schiacciata tra i dazi americani, la concorrenza dell’export cinese e una manifattura domestica segnata dal calo della produttività.
Infine, il punto non è solo firmare un trattato ma evitare una rottura di fiducia: “Una firma che slitta e un accordo che salta lascerebbero un solco negli imprenditori dell’America latina, e con il Brasile una ferita diplomatica. Il futuro dell’Europa passa da scelte tempestive e coraggiose, non più rimandabili” conclude Cimmino.