Flessibilità e difesa, i cortocircuiti di Meloni sul Patto di stabilità
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04/25/2024
La campagna elettorale per le europee è partita e il segnale più evidente è la gara a prendere le distanze dalle nuove regole fiscali europee. In questo senso il voto al Parlamento europeo sulla riforma del Patto di stabilità è emblematico: nessun partito italiano – di maggioranza e di opposizione, a prescindere dalle decisioni delle famiglie europee di riferimento (popolari, socialisti, sinistra, liberali o conservatori) – ha votato a favore.
Se per chi è all’opposizione dire di no è più semplice, questa partita è più difficile da giocare per chi è al governo. Per chi, cioè, il nuovo Patto di stabilità lo ha negoziato e firmato. Si rischiano dei cortocircuiti logici, ma anche nella narrazione politica, niente male.
Per mesi la premier Giorgia Meloni, seguendo lo spin impresso dal suo braccio molto destro Giovanbattista Fazzolari, ha detto che con le nuove regole l’Italia avrebbe avuto “maggiore flessibilità per 35 miliardi” all’anno. Un mese fa, su queste colonne, dicevamo che oltre a non essere un’affermazione veritiera (l’Italia dovrà, in ogni caso, aggiustare i conti) era, soprattutto, politicamente controproducente: “Quando, con la prossima legge di Bilancio, emergerà che questi 35 miliardi di spazio fiscale in più non esistono, la delusione potrebbe prendere il posto dell’illusione”.
Eppure, il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha sempre detto al Parlamento che un successo del suo negoziato sulle regole fiscali è stato proprio lo scorporo dell’aumento delle spese militari. Lo stesso Crosetto, che ora definisce “inutile” la sua battaglia, solo pochi mesi fa la celebrava come un “grande successo”: “Sono contento che sia stata recepita la posizione italiana e che gli investimenti per la Difesa siano stati considerati fattore rilevante per l’esclusione dal calcolo degli obiettivi di bilancio”.
E in effetti, il trattamento speciale per le spese militari è stato, se non un “grande successo” da scrivere nei libri di storia, comunque una concessione strappata dall’Italia. Perché si tratta di una previsione che si adatta soprattutto, se non esclusivamente, al nostro paese.
L’accordo, infatti, prevede che – siccome il rafforzamento delle capacità di difesa, inclusa la cosiddetta Bussola strategica per la sicurezza – è una priorità comune per l’Unione europea, allora c’è un occhio di riguardo sulle spese militari. Nel senso che, qualora il deficit superi il 3% del pil, la Commissione valuta se e quanto questo sforamento è stato causato da un aumento della spesa per la Difesa prima di avviare una procedura per deficit eccessivo. In sostanza, se il paese in disavanzo eccessivo ha incrementato la spesa militare, questo aumento può essere valutato e scorporato dal conteggio.
È la situazione in cui si trova un paese come il nostro. Solo che il deficit dell’Italia al 7,4% – il più alto di tutta l’Unione – non è dovuto alle spese per la sicurezza ma prevalentemente al Superbonus (3,9% del pil). Le spese militari, invece, non sono state affatto aumentate. Anzi, il loro peso sul pil diminuisce. Paradossalmente, a lamentarsi delle nuove regole sulla Difesa dovrebbero essere i paesi che hanno i conti più in ordine e aumentano le spese per la Difesa.
La Germania, nonostante sia in recessione, ha un deficit al 2,5% e si è impegnata a raggiungere nel 2024 l’obiettivo Nato del 2 % del pil di spese militari. La Grecia, nonostante venga fuori da una crisi drammatica, nel 2024 avrà un deficit inferiore all’1% e un budget per la Difesa del 3% del pil (il doppio dell’Italia). Per questi paesi, che contribuiscono alla difesa europea e alla sicurezza comune in misura crescente o superiore, non c’è alcuno sconto. Dovrebbero essere loro a lamentarsi del fatto che paesi come l’Italia non stanno investendo per un obiettivo comune, nonostante il nuovo Patto di stabilità contenga una deroga che incentiva a farlo.
È perfettamente vero, come ha recentemente ricordato il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta, che nell’attuale contesto internazionale per rafforzare la sicurezza esterna servirebbero investimenti comuni a livello europeo. Ma per arrivarci sarebbero utili meno ipocrisia e più responsabilità – politica e fiscale – da parte delle classi dirigenti nazionali.