Luca Lucchesi, il kyudo e lo spirito: “La via dell’arco per conoscere se stessi”
Francesco Palmieri
05/11/2025

“Vibrerò senza quasi mirare la mia freccia,/ se la corda del cuore non sia tesa:/ il maestro d’arco zen così m’insegna/ che da tremila anni Ti vede”. Cristina Campo compose questi versi nel 1954 e conosceva bene il dottor Placido Procesi, cui è intitolata l’Accademia Romana che raduna gli assidui e schivi praticanti dell’arte giapponese del kyudo.
Cominciarono i primi nel 1981 a esercitarsi nella Via dell’arco tradizionale, ora ospitata in un “dojo” nei dintorni di Nepi che questi appassionati hanno edificato tavola su tavola e battezzato Waseikan (il luogo della pace armoniosa). L’Accademia nacque per volontà di Procesi, morto nel 2005. Apparteneva alla rarefatta specie di medici devoti tanto a Ippocrate quanto a Minerva, scienziati umanisti che non scrutavano solo le analisi ma l’animo dei pazienti. Succedeva in una Roma dove, prima di diventare agibile e spesso illusoria, la conoscenza dell’oriente era incoraggiata da irripetibili figure cui diede ricetto, più ancora dell’università, l’Istituto per il Medio ed
Estremo Oriente di Giuseppe Tucci a Palazzo Brancaccio (un superstite di quei formidabili studiosi, l’indologo Raniero Gnoli, è mancato il 5 maggio scorso).
Estremo Oriente di Giuseppe Tucci a Palazzo Brancaccio (un superstite di quei formidabili studiosi, l’indologo Raniero Gnoli, è mancato il 5 maggio scorso).
Luca Lucchesi, romano, sessantadue anni, è tra i pionieri dell’Accademia assieme al fratello minore Giorgio che ne è il presidente. E ne racconta il “mito fondativo”.
Come germinò la vostra scuola di kyudo?
Fu nel 1979, quando una delegazione di maestri della città di Kobe venne a Roma per tenere una dimostrazione. C’era tra loro un anziano arciere, Junichi Yamamoto, che partecipò al lancio rituale delle frecce e subito dopo s’accasciò sotto gli spalti dove sedeva
Procesi. Il dottore si precipitò a soccorrerlo e capì che il maestro era gravemente infartuato ma non aveva voluto interrompere la cerimonia. Lo portarono in ospedale e Procesi vegliò al suo capezzale tutta la notte, mentre in una saletta i giapponesi restarono in meditazione fino all’alba, quando il maestro spirò. Al figlio di Yamamoto, che gli regalò l’arco e le ultime due frecce tirate dal maestro, Procesi promise: “Pianteremo quest’arco di bambù e ne faremo nascere una foresta”. Così fu. Il capo delegazione, Osamu Takeuchi, sostenne i progressi della nostra Accademia negli anni successivi. Ci rifacciamo al lignaggio di Kenzo Awa, lo stesso del filosofo Eugen Herrigel autore di “Lo zen e il tiro con l’arco”.
Fu nel 1979, quando una delegazione di maestri della città di Kobe venne a Roma per tenere una dimostrazione. C’era tra loro un anziano arciere, Junichi Yamamoto, che partecipò al lancio rituale delle frecce e subito dopo s’accasciò sotto gli spalti dove sedeva
Procesi. Il dottore si precipitò a soccorrerlo e capì che il maestro era gravemente infartuato ma non aveva voluto interrompere la cerimonia. Lo portarono in ospedale e Procesi vegliò al suo capezzale tutta la notte, mentre in una saletta i giapponesi restarono in meditazione fino all’alba, quando il maestro spirò. Al figlio di Yamamoto, che gli regalò l’arco e le ultime due frecce tirate dal maestro, Procesi promise: “Pianteremo quest’arco di bambù e ne faremo nascere una foresta”. Così fu. Il capo delegazione, Osamu Takeuchi, sostenne i progressi della nostra Accademia negli anni successivi. Ci rifacciamo al lignaggio di Kenzo Awa, lo stesso del filosofo Eugen Herrigel autore di “Lo zen e il tiro con l’arco”.
Quanti siete attualmente?
Una trentina, probabilmente la scuola con più praticanti fra le dodici in Italia. Siamo gli unici in Europa a contare tre graduati secondo i “dan” della nomenclatura giapponese e abbiamo allievi di diverse età, dai ventenni ai più maturi: il più anziano compirà ottant’anni
a gennaio e ci sono molte donne. Furono ammesse al kyudo grazie a una concessione imperiale solo dopo la Seconda guerra mondiale, quando gli americani proibirono agli uomini nipponici la pratica delle arti marziali. L’apporto femminile salvaguardava la
continuità delle scuole.
Una trentina, probabilmente la scuola con più praticanti fra le dodici in Italia. Siamo gli unici in Europa a contare tre graduati secondo i “dan” della nomenclatura giapponese e abbiamo allievi di diverse età, dai ventenni ai più maturi: il più anziano compirà ottant’anni
a gennaio e ci sono molte donne. Furono ammesse al kyudo grazie a una concessione imperiale solo dopo la Seconda guerra mondiale, quando gli americani proibirono agli uomini nipponici la pratica delle arti marziali. L’apporto femminile salvaguardava la
continuità delle scuole.
Qual è il senso del kyudo? Cosa rappresenta quel bersaglio a ventotto metri? Chi fa più centri è più bravo?
Il kyudo è un’esperienza spirituale, la ricerca della natura originaria della mente. È necessario acquisire la tecnica ma per non preoccuparsene più, finché la freccia non parta da sé. Non si mira con gli occhi ma con tutto il corpo e certe volte ci esercitiamo bendati. Se la forma mentale è corretta, la freccia arriverà dove deve arrivare.
Il kyudo è un’esperienza spirituale, la ricerca della natura originaria della mente. È necessario acquisire la tecnica ma per non preoccuparsene più, finché la freccia non parta da sé. Non si mira con gli occhi ma con tutto il corpo e certe volte ci esercitiamo bendati. Se la forma mentale è corretta, la freccia arriverà dove deve arrivare.
Partecipate a competizioni sportive?
Sì, nel kyudo moderno ci sono le gare. Non si tiene conto solamente dei centri ottenuti, ma dello stile. I campionati del mondo si svolgono ogni quattro anni: l’ultima volta non abbiamo ottenuto piazzamenti, ma nel 2018 fummo primi tra gli europei e terzi dietro a
Giappone e Taiwan.
Sì, nel kyudo moderno ci sono le gare. Non si tiene conto solamente dei centri ottenuti, ma dello stile. I campionati del mondo si svolgono ogni quattro anni: l’ultima volta non abbiamo ottenuto piazzamenti, ma nel 2018 fummo primi tra gli europei e terzi dietro a
Giappone e Taiwan.
Cosa cerca nell’arco?
La conoscenza di me stesso, che si traduce nella vita quotidiana in maggiore consapevolezza grazie al controllo del respiro, alla meditazione e al rilassamento muscolare, essenziali nel kyudo. Senza contare la bellezza dell’arma e del vestiario. C’è anche chi vi si dedica con spirito sportivo o per passatempo, ma per me è un modo di vivere in una tradizione. La strada senza fine verso la perfezione inarrivabile.
La conoscenza di me stesso, che si traduce nella vita quotidiana in maggiore consapevolezza grazie al controllo del respiro, alla meditazione e al rilassamento muscolare, essenziali nel kyudo. Senza contare la bellezza dell’arma e del vestiario. C’è anche chi vi si dedica con spirito sportivo o per passatempo, ma per me è un modo di vivere in una tradizione. La strada senza fine verso la perfezione inarrivabile.
Qual è la differenza con altre arti marziali?
Che il gesto è completo. La freccia penetra nel bersaglio. Però più che “marziale” mi piacerebbe definirla un’arte “minervale”, come suggeriva Procesi.
Che il gesto è completo. La freccia penetra nel bersaglio. Però più che “marziale” mi piacerebbe definirla un’arte “minervale”, come suggeriva Procesi.
Quanto è lontana la via giapponese dalla nostra mentalità?
Rileggiamo il quinto libro dell’”Eneide”: in Sicilia, ai giochi funebri in onore di Anchise, per la gara di tiro con l’arco una colomba viene legata con la corda a un palo. Il primo contendente centra il palo, il secondo colpisce e spezza la corda, il terzo trafigge la colomba che è volata via; ma il quarto, che è il re Aceste, non avendo più bersaglio mira verso il cielo dove la saetta s’infiamma come una cometa. Enea assegna a lui la vittoria, perché quel tiro senza obiettivo ha conseguito un effetto superiore. Questa è la tradizione
occidentale. Il kyudo la risveglia. E forse molti non sanno che un arciere giapponese ha tirato proprio nel Foro Romano.
Rileggiamo il quinto libro dell’”Eneide”: in Sicilia, ai giochi funebri in onore di Anchise, per la gara di tiro con l’arco una colomba viene legata con la corda a un palo. Il primo contendente centra il palo, il secondo colpisce e spezza la corda, il terzo trafigge la colomba che è volata via; ma il quarto, che è il re Aceste, non avendo più bersaglio mira verso il cielo dove la saetta s’infiamma come una cometa. Enea assegna a lui la vittoria, perché quel tiro senza obiettivo ha conseguito un effetto superiore. Questa è la tradizione
occidentale. Il kyudo la risveglia. E forse molti non sanno che un arciere giapponese ha tirato proprio nel Foro Romano.
Chi?
Si chiamava Tanaka Mazutaro. Nel 1899 era ospite dell’archeologo Giacomo Boni e si trovò presente pure alla scoperta del Lapis niger. C’è una sua fotografia mentre tira con l’arco, in pantaloni e bretelle, alla Basilica di Massenzio. Sarebbe simbolicamente bello se
là, nel centenario della morte di Boni, volassero un’altra volta le frecce del kyudo.
Si chiamava Tanaka Mazutaro. Nel 1899 era ospite dell’archeologo Giacomo Boni e si trovò presente pure alla scoperta del Lapis niger. C’è una sua fotografia mentre tira con l’arco, in pantaloni e bretelle, alla Basilica di Massenzio. Sarebbe simbolicamente bello se
là, nel centenario della morte di Boni, volassero un’altra volta le frecce del kyudo.


