Kiev, schegge colpiscono l'ambasciata vaticana. Dagli Usa ancora tempo a Putin

9 LUG 25
Ultimo aggiornamento: 08:49 | 17 SET 25
Immagine di Kiev, schegge colpiscono l'ambasciata vaticana. Dagli Usa ancora tempo a Putin

Operai al lavoro mentre stanno ultimando la rimozione delle schegge di un drone e la riparazione del tetto della rappresentanza vaticana

A Kiev in questi giorni non si dorme più. L’unica concessione di Vladimir Putin è attaccare quando è in vigore il coprifuoco: 2 civili uccisi e 25 gravemente feriti solo nella capitale bersagliata con il resto dell’Ucraina martellata da 397 droni, per metà velivoli esca lanciati per stanare le posizioni della contraerea e per l’altra metà ordigni kamikaze inviati a copertura di 14 missili. I raid hanno colpito perfino il quartiere diplomatico, intoccabile secondo il diritto internazionale. Uno dei droni è esploso a una cinquantina di metri dalla nunziatura apostolica. Le schegge hanno danneggiato una parte del tetto e altri manufatti. Nessuno è rimasto ferito. Durante l’ondata di attacchi il nunzio apostolico Visvaldas Kulbokas e il personale della rappresentanza vaticana erano al riparo all’interno dell’edificio.

«Questa è una chiara escalation del terrore da parte della Russia, centinaia di “Shahed” ogni notte, attacchi costanti e attacchi massicci alle città ucraine», ha reagito da Roma il presidente Volodymyr Zelensky. E sembra quasi che colpendo Kiev, il Cremlino parli alla Conferenza italiana. Perché di questo passo i 12 miliardi stanziati per rimettere in piedi l’Ucraina, potrebbero non bastare se il conflitto dovesse perdurare. La guerra è anche contro tra spie. Un colonnello dei servizi segreti ucraini è stato ucciso con cinque colpi di pistola proprio a Kiev, dove l'assalitore a volto coperto, ripreso da alcune videocamere di sorveglianza, è poi fuggito. Diversi osservatori ritengono si tratti di una rappresaglia del Cremlino dopo che l'intelligence ucraina ha colpito agenti di Mosca sul territorio russo.
A gelare le speranze è arrivato l’incontro tra il segretario di Stato americano Rubio e il ministro degli Esteri russo Lavrov, in grado ancora una volta di guadagnare tempo e fare arrendere allo spartito di Putin la diplomazia di Washington. E’ stato proprio Marco Rubio a rendere noto di avere presentato nel corso del colloquio di 50 minuti a Kuala Lumpur, una novità per la soluzione della guerra in Ucraina. «Non si tratta di un nuovo approccio. E’ una nuova idea o un nuovo concetto - ha affermato il segretario di stato - che riporterò al presidente Trump perché ne possa discutere». Mosca non smentisce, e incassa la parte finale della dichiarazione, la più importante: la misteriosa «nuova idea» offerta da Rubio a Lavrov «non porta automaticamente alla pace, ma qualcosa - riferisce l’uomo di Washington - che potrebbe aprire potenzialmente la porta a un percorso».
Musica per le orecchie di chi ha bisogno di guadagnare tempo e chilometri sul terreno. Senza colpi di scena, l’intera estate se ne andrà di battaglia in battaglia. I numeri di ieri lo confermano e il bilancio dei primi tre giorni della settimana porta a oltre duemila i soli attacchi dal cielo, mentre i radar a calare del sole segnalano decine di droni esca sul fianco Est e fino a Nord, a tal punto che uno dei finti Shahed è precipitato in Lituania, dopo essere andato fuori controllo. Un segnale che ha messo in allarme l’intera regione europea del Baltico. Il velivolo, fatto di compensato e schiuma espansa, alla lunga distanza appare del tutto simile ai droni assassini, non di rado costringendo i sistemi di difesa a intervenire, scoprendo le posizioni. La tecnica di attacco russa è oramai corroborata, e spesso non lascia tempo di riorganizzare le difese quando i veri Shahed di fabbricazione iraniana, ma ultimamente assemblati in Russia, si gettano a capofitto sugli obiettivi.

Che le tensioni Mosca-Washington siano al di sotto di quanto le ondivaghe minacce di Trump farebbero credere, lo dimostra un’altra “idea”, stavolta di Lavrov. Con Rubio si è trovato d’accordo sulla necessità di «trovare soluzioni pacifiche ai conflitti, ripristinare la cooperazione economica e umanitaria bilaterale e mantenere contatti fluidi tra le società di entrambi i Paesi», ha spiegato il ministero degli Esteri russo, non smentito da quello Usa. Un scambio, di questa portata «potrebbe essere facilitato, in particolare, dalla ripresa del traffico aereo diretto». Non è una mossa da poco. «Se gli americani accettassero, per noi sarebbe la fine», reagisce schiumando rabbia il tenente Igor, a capo di una squadra di dronisti ucraini nella regione che affaccia sulla Crimea occupata e da cui vengono fatti decollare aerei radiocomandati e razzi che martellano la fascia costiera. «Se dovessero ricominciare i voli con l’America - osserva dal suo punto di vista di soldato stanco - noi dovremmo sospendere gli attacchi in territorio russo e fino a Mosca per evitare incidenti aerei. Però Putin può continuare a colpirci dall’alto e da terra».

Appena ieri il sindaco di Mosca ha dichiarato che le difese aeree russe hanno abbattuto tre droni ucraini diretti verso la capitale. Mentre lo stato maggiore del Cremlino continua a sostenere di aver colpito esclusivamente «legittimi obiettivi militari-industriali» a Kiev. Nega di aver preso di mira i civili: un neonato è stato ucciso da un’esplosione mentre con la famiglia cercava riparo tra le mura domestiche. Nel sud danno per scontato che l’attacco sia imminente e dopo due giorni di tregua Odessa non verrà risparmiata. Tanti si erano disabituati a tornare nei rifugi, sfidando la malasorte e sperando che i colpi cadessero lontano. Ma i raid su Kiev sono una più di una minaccia per il resto del Paese: un sinistro messaggio anche per chi a Roma sta discutendo di come fermare la guerra di Putin.