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In 26 Paesi del mondo la libertà religiosa è soffocata dalla persecuzione

Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) | Manifestanti danno fuoco al pulpito della chiesa di San Francisco de Borja un anno dopo l’inizio delle proteste antigovernative a Santiago, in Cile, il 18 ottobre 2020.
In 26 Paesi del mondo la libertà religiosa è soffocata dalla persecuzione. Lo afferma il Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo 2021, pubblicato dalla fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) e giunto alla sua XV edizione. In particolare viene evidenziato che in una nazione su tre si registrano gravi violazioni della libertà religiosa. Secondo lo studio, presentato a Roma e in altre grandi città in tutto il mondo, questo diritto fondamentale non è stato rispettato in 62 dei 196 Paesi sovrani (31,6% del totale) nel biennio 2018-2020.
«In 26 di queste nazioni si soffre la persecuzione», dichiara Alessandro Monteduro, il direttore di ACS Italia.
«Nove Paesi per la prima volta si sono aggiunti alla lista: sette in Africa (Burkina Faso, Camerun, Ciad, Comore, Repubblica Democratica del Congo, Mali e Mozambico) e due in Asia (Malesia e Sri Lanka). La causa principale è la progressiva radicalizzazione del continente africano, specie nelle aree sub-sahariana e orientale, dove la presenza di gruppi jihadisti è notevolmente aumentata», prosegue Monteduro.
Violazioni della libertà religiosa si sono verificate nel 42% delle nazioni africane. Burkina Faso e Mozambico rappresentano due casi eclatanti.
«Questa radicalizzazione non si limita tuttavia all’Africa. Il Rapporto - sottolinea Monteduro - descrive il consolidamento di un network islamista transnazionale che si estende dal Mali al Mozambico, dalle Comore nell’Oceano Indiano alle Filippine nel Mar Cinese Meridionale, il cui scopo è creare un sedicente califfato transcontinentale».
Asia Bibi, la cittadina pakistana di fede cattolica che ha trascorso quasi dieci anni in carcere nel braccio della morte con l'accusa di blasfemia e che oggi vive in Canada, sarà a Roma nelle prossime settimane insieme alla sua famiglia. Lo ha
annunciato Alessandro Monteduro, direttore della fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre, nel corso della conferenza stampa di presentazione del rapporto sulla libertà religiosa di Acs. "Spero di venire a Roma presto", ha confermato Asia Bibi intervenuta in videoconferenza alla presentazione della XV edizione del rapporto sulla libertà religiosa nel mondo. "Spero di poter incontrare entrambi i papi, Benedetto XVI e Francesco, che mi hanno sostenuto e
hanno fatto appello per la mia liberazione", ha aggiunto Asia Bibi.
annunciato Alessandro Monteduro, direttore della fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre, nel corso della conferenza stampa di presentazione del rapporto sulla libertà religiosa di Acs. "Spero di venire a Roma presto", ha confermato Asia Bibi intervenuta in videoconferenza alla presentazione della XV edizione del rapporto sulla libertà religiosa nel mondo. "Spero di poter incontrare entrambi i papi, Benedetto XVI e Francesco, che mi hanno sostenuto e
hanno fatto appello per la mia liberazione", ha aggiunto Asia Bibi.
Intervenendo in videoconferenza dal Canada, dove vive insieme alle due figlie e al marito, all'evento organizzato dalla fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre per la presentazione della XV edizione del rapporto sulla libertà religiosa nel mondo, Asia Bibi ha chiesto "alla comunità internazionale e alle autorità in Pakistan di far rispettare il diritto alla libertà religiosa".
Ricordando "il sacrificio" di Shahbaz Bhatti, il ministro pakistano per le Minoranze religiose ucciso dopo averle fatto visita in carcere, Asia Bibi parla della legge sulla blasfemia come di una "spada nelle mani della maggioranza del Paese, composta per il 95 per cento da musulmani. Noi cristiani siano perseguitati da questa legge del codice penale pakistano". Asia Bibi ha quindi voluto denunciare come in Pakistan "ragazze minorenni, di età tra i 9 e 14 anni, vengono convertite a forza all'Islam dopo essere state rapite da ragazzi musulmani, violentate e date in matrimonio ai loro rapitori. Lo stesso giorno del rapimento e della violenza sessuale succede la
conversione".
Ricordando "il sacrificio" di Shahbaz Bhatti, il ministro pakistano per le Minoranze religiose ucciso dopo averle fatto visita in carcere, Asia Bibi parla della legge sulla blasfemia come di una "spada nelle mani della maggioranza del Paese, composta per il 95 per cento da musulmani. Noi cristiani siano perseguitati da questa legge del codice penale pakistano". Asia Bibi ha quindi voluto denunciare come in Pakistan "ragazze minorenni, di età tra i 9 e 14 anni, vengono convertite a forza all'Islam dopo essere state rapite da ragazzi musulmani, violentate e date in matrimonio ai loro rapitori. Lo stesso giorno del rapimento e della violenza sessuale succede la
conversione".
In 42 Paesi (21% del totale), abbandonare o cambiare la propria religione può determinare gravi conseguenze legali e/o sociali, con uno spettro di possibili conseguenze che va dall’ostracismo familiare alla pena di morte. La relezione di ACS denuncia anche l’incremento della violenza sessuale impiegata come un’arma contro le minoranze religiose, in particolare i crimini contro donne adulte e minorenni le quali vengono rapite, violentate e costrette a ripudiare la loro fede per abbracciare coattivamente quella maggioritaria.
Il 67% circa della popolazione mondiale, pari a circa 5,2 miliardi di persone, vive attualmente in nazioni in cui si verificano gravi violazioni della libertà religiosa. Fra di esse vi sono quelle più popolose: Cina, India e Pakistan.
Anche la persecuzione religiosa da parte dei governi autoritari si è intensificata. La promozione della supremazia etnica e religiosa in alcune nazioni asiatiche a maggioranza indù e buddista ha contribuito a intensificare l’oppressione ai danni delle minoranze, riducendone spesso i componenti a livello di cittadini di seconda classe. L’India rappresenta il caso più eclatante, ma tali politiche vengono applicate anche in Pakistan, Nepal, Sri Lanka e Myanmar.
In Occidente si registra una diffusione della “persecuzione educata”, secondo l’espressione coniata da Papa Francesco per descrivere il conflitto fra le nuove tendenze culturali e i diritti individuali alla libertà di coscienza, conflitto a causa del quale la religione viene relegata nel ristretto perimetro dei luoghi di culto.
Il 67% circa della popolazione mondiale, pari a circa 5,2 miliardi di persone, vive attualmente in nazioni in cui si verificano gravi violazioni della libertà religiosa. Fra di esse vi sono quelle più popolose: Cina, India e Pakistan.
Anche la persecuzione religiosa da parte dei governi autoritari si è intensificata. La promozione della supremazia etnica e religiosa in alcune nazioni asiatiche a maggioranza indù e buddista ha contribuito a intensificare l’oppressione ai danni delle minoranze, riducendone spesso i componenti a livello di cittadini di seconda classe. L’India rappresenta il caso più eclatante, ma tali politiche vengono applicate anche in Pakistan, Nepal, Sri Lanka e Myanmar.
In Occidente si registra una diffusione della “persecuzione educata”, secondo l’espressione coniata da Papa Francesco per descrivere il conflitto fra le nuove tendenze culturali e i diritti individuali alla libertà di coscienza, conflitto a causa del quale la religione viene relegata nel ristretto perimetro dei luoghi di culto.
Covid-19: l’impatto sulla libertà religiosa nel mondo
Il Rapporto fa cenno anche al profondo impatto della pandemia da COVID-19 sul diritto alla libertà religiosa.
Senza distinzioni di razza, colore o credo, la pandemia ha lacerato il tessuto della salute pubblica e ha sconvolto le pratiche tradizionali nell’economia globale, così come i governi, spesso con profonde implicazioni per i diritti umani, incluso quello della libertà religiosa. L’impatto della pandemia non ha soltanto rivelato le debolezze di fondo della società, ma in molte aree del mondo ha esacerbato le fragilità esistenti derivanti da povertà, corruzione e strutture statali vulnerabili.
Diversi governi africani, sopraffatti dalle sfide poste dall’imperversare della pandemia, hanno impegnato forze militari e di sicurezza per sostenere i bisogni sanitari della popolazione in generale. Soprattutto nei primi mesi, gruppi terroristici e jihadisti hanno approfittato della distrazione dei governi per aumentare i propri attacchi violenti e consolidare le proprie conquiste territoriali.
Senza distinzioni di razza, colore o credo, la pandemia ha lacerato il tessuto della salute pubblica e ha sconvolto le pratiche tradizionali nell’economia globale, così come i governi, spesso con profonde implicazioni per i diritti umani, incluso quello della libertà religiosa. L’impatto della pandemia non ha soltanto rivelato le debolezze di fondo della società, ma in molte aree del mondo ha esacerbato le fragilità esistenti derivanti da povertà, corruzione e strutture statali vulnerabili.
Diversi governi africani, sopraffatti dalle sfide poste dall’imperversare della pandemia, hanno impegnato forze militari e di sicurezza per sostenere i bisogni sanitari della popolazione in generale. Soprattutto nei primi mesi, gruppi terroristici e jihadisti hanno approfittato della distrazione dei governi per aumentare i propri attacchi violenti e consolidare le proprie conquiste territoriali.
La pandemia è stata anche usata dai gruppi estremisti per reclutare nuovi membri. Numerose pubblicazioni di propaganda su internet di Al-Qaeda, Daesh (Stato Islamico) e Boko Haram hanno descritto il COVID-19 come una punizione di Dio per «l’Occidente miscredente», hanno promesso immunità contro il virus e assicurato un posto in paradiso ai jihadisti. In tutta la regione del Sahel, dal Mali al Burkina Faso, dal Niger alla Nigeria e nella regione di Cabo Delgado nel nord del Mozambico, gli islamisti si sono raggruppati, riarmati e hanno rafforzato strutture e alleanze esistenti o ne hanno create di nuove.
A fronte di una tale emergenza, i governi hanno ritenuto necessario imporre misure straordinarie, applicando in alcuni casi limitazioni sproporzionate al culto religioso, specie se confrontate con quelle imposte ad altre attività secolari. In alcuni Paesi, come ad esempio il Pakistan e l’India, gli aiuti umanitari sono stati negati alle minoranze religiose. La pandemia è stata utilizzata specie nei social network quale pretesto per stigmatizzare alcuni gruppi religiosi accusati di aver diffuso o addirittura causato la pandemia.
A fronte di una tale emergenza, i governi hanno ritenuto necessario imporre misure straordinarie, applicando in alcuni casi limitazioni sproporzionate al culto religioso, specie se confrontate con quelle imposte ad altre attività secolari. In alcuni Paesi, come ad esempio il Pakistan e l’India, gli aiuti umanitari sono stati negati alle minoranze religiose. La pandemia è stata utilizzata specie nei social network quale pretesto per stigmatizzare alcuni gruppi religiosi accusati di aver diffuso o addirittura causato la pandemia.
La minaccia della Cina alla libertà religiosa
Il Rapporto evidenzia una nuova frontiera: l’abuso della tecnologia digitale, delle cyber networks, della sorveglianza di massa basata sull’intelligenza artificiale (AI) e sulla tecnologia del riconoscimento facciale per assicurare un maggiore controllo con finalità discriminatorie. Questo fenomeno è evidente soprattutto in Cina, dove il Partito Comunista sta reprimendo i gruppi religiosi con l’ausilio di 626 milioni di telecamere di sorveglianza con tecnologia AI e con l’aiuto dei sensori degli smartphone. Le tecnologie di sorveglianza a scopo di repressione hanno come obiettivo anche i cristiani e le altre comunità religiose. I rapporti indicano che, alla fine del 2020, «più di 200 telecamere di riconoscimento facciale erano installate in chiese e templi in una contea della provincia dello Jiangxi».
Altre 50 telecamere sono state poste nelle chiese statali registrate delle Tre Autonomie, e quasi 50 in 16 luoghi di culto buddisti e taoisti69. Le chiese che si sono rifiutate di installare le telecamere sono state chiuse, come è successo alla Chiesa di Sion, una delle più grandi chiese domestiche non registrate di Pechino.
Anche i gruppi jihadisti stanno impiegando la tecnologia digitale per favorire la radicalizzazione e per il reclutamento di nuovi terroristi.
Anche i gruppi jihadisti stanno impiegando la tecnologia digitale per favorire la radicalizzazione e per il reclutamento di nuovi terroristi.


