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La Siria ferita •
Siria, prova di democrazia nella Kobane post-Is

Un’infinita linea di polvere si alza lungo i tredici chilometri che separano il villaggio turco di Suruç dal posto di frontiera di Mursitpinar. Intorno al reticolato che divide il territorio siriano dalla Turchia è ancora possibile notare i resti del massacro del 25 giugno scorso, quando una missione suicida ha lasciato sul terreno oltre 200 vittime civili, uomini e donne di Kobane rimasti colpiti a morte dall’attacco dei miliziani dello Stato islamico (Is). «Due giorni di terrore, ecco cosa sono stati – racconta Leyla, una delle decine di giovani donne dell’Ypg, l’Unità di protezione popolare che ha scelto di partecipare attivamente alla resistenza curda contro l’Is –. Sono entrati casa per casa, cominciando dalla zona abitata a pochi passi dal confine, uccidendo ogni persona che si trovavano davanti. Per 48 ore siamo stati ricacciati dentro l’incubo dell’occupazione islamista e si è scatenato il caos: a centinaia scappavano verso la frontiera turca, ma venivano respinti, mentre le nostre milizie si ricompattavano. Fortunatamente siamo riusciti a riprenderci per la seconda volta la nostra città, ma l’attacco di giugno è un segnale di allerta importante: non possiamo abbassare la guardia». Oggi, a sei mesi dalla riconquista di Kobane, la resistenza curda si batte strenuamente per rimettere in piedi una città ridotta ad un cumulo di macerie.