Il ritorno di Federico

17 FEB 13
Ultimo aggiornamento: 13:38 | 16 MAG 25
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Il ritorno di Federico
La piana delle Murge era tutta dorata per via delle stoppie del frumento tagliato da poco. Questo mare luccicante di steli dritti dirigeva lo sguardo lontano, verso un’altura che si stagliava all’orizzonte, appena annebbiata dalla canicola di mezzogiorno, un rilievo modesto eppure sufficiente per dominare il grande spazio attorno come un signore che si erge dall’alto del suo trono e volge lo sguardo ai vassalli impauriti. Man mano che ci si avvicinava, tra un gran frinire di cicale, l’altura rivelava al culmine la sagoma dritta delle torri ottagonali e l’impianto matematico, esoterico di Castel del Monte, il guardiano della Murgia, l’enigmatico severo magico sguardo di Federico II. Provavo una inquietudine e un’eccitazione nell’avvicinarmi, mi turbinavano per la testa storie di falconieri, avrei voluto raggiungere il castello di un balzo e insieme gustare come un antico cavaliere medioevale la certezza dell’ultimo balzo verso una meta al sicuro dai briganti. Procedevo lento con la mia automobile, tanto che strombettarono da dietro un paio di volte perché calcassi un po’ di più sull’acceleratore. I finestrini erano abbassati e l’aria entrava infuocata come soffiasse da un phon. Ma non era una sensazione sgradevole, mi sentivo immerso nei profumi della piana che toglievano ogni ragione di far girare l’impianto di aria condizionata. Fu così che sfilando un casolare di pietra all’ombra di qualche ulivo gigantesco, così grandi come non li avevo mai visti in questa parte di Puglia, fui raggiunto da un’odore di pane inconfondibile, il pane di grano duro alla maniera di Altamura. Nell’ombra, quattro tavole rustiche e a ridosso della casa un pentolone al fuoco vivo. La trattoria e l’ora erano una buona ragione per ritardare l’incontro con Federico II, con una sottile delizia masochistica.
Un cartello, segnato dalle intemperie, recitava proprio come mi era capitato di vedere da un trattore di Chiaromonte Gulfi, in Sicilia: «Qui si magnifica il porco». Allo stesso modo, qui si proponevano un ragù di lonza, costatine e lardo. Ma anche maggiore fu la sorpresa per il profumo dalla milza di maiale tirata su dall’olio bollente e per la delicatezza della minestra di fave.
I Veneziani, ritornando da Malvasìa, un isola del Peloponneso dove avevano costruito un castello che raccoglieva i vini aromatici della Cicladi, lasciarono lungo il loro viaggio di ritorno l’uva nera che oggi chiamiamo di Puglia ed in pochi altri luoghi privilegiati, più di tutti le Eolie, una Malvasìa prodotta con quell’uva forte esposte per una settimana al sole, per cavarne un vino liquoroso da servire molto fresco. Il trattore ne cavò una bottiglia dalle cantine di tufo e, versandolo con cura in un bicchiere dal vetro sottile, s’intrattenne a lungo. Gli domandai, dunque, di quella Malvasìa. Mi magnificò un vigneto sul fronte opposto a Castel del Monte, da generazioni alle cure di certi suoi contadini che neproducono quantità limitatissime. Quattro anni prima, aggiunse, mentre la vendemmia era al pieno e tutti faticavano come bestie, al culmine di un filare apparve senza preavviso (chissà, il clacson di un’automobile, una nuvola di polvere che si levasse dalla strada sterrata, il rombo di una motoretta), una sottile figura di donna con i capelli biondi, gli occhi azzurri, i lineamenti delicati e la pelle incredibilmente candida, le labbra appena segnate da un tocco di rossetto. Vestiva un abito lungo molto leggero, con un disegno a fiori pervinca. Osservava l’andirivieni dei contadini senza una parola e non si mosse fino al tramonto, senza disturbare nessuno.
Giorgio, un contadino robusto di bel aspetto, le si avvicinò e la invitò a partecipare alla cena che si stava allestendo molto alla buona. La ragazza acconsentì con un cenno del capo, congiunse le mani per ringraziare e si sedette su una panca. Molti ritennero che fosse muta, ma si dovettero ricredere quando Giorgio intonò una canzone di Mina e lei lo accompagnò con una voce garbata.
La notte venne avanti e la ragazza fece cenno di dover andare verso i filari di uva Malvasìa. Scomparve. Non ritornò quella sera e fu vano cercarla, con le lampade a pila e gridare, pur senza conoscerne il nome. Ma il giorno dopo era ancora lì, con il suo vestito lungo dai fiori pervinca. L’attorniarono, le dissero che li aveva fatti spaventare tutti. Lei annuì, chiese scusa con un sorriso.
Giorgio la guardava più degli altri e alla sera, quando tornarono a cena, le fu molto vicino. Le tagliava il pane a fette con il suo coltellaccio, le versava il vino e la invitò nuovamente a cantare un altro motivo di Mina. La ragazza poi si alzò e stavolta Giorgio la accompagnò dove il filare era più buio. Non ritornò alla svelta, il bel contadino. Ma intanto la donna era di nuovo scomparsa.
Il fatto si ripeté per una settimana intera. Qualcuno propose di appostarsi per scoprire quale via di fuga avesse scoperto la ragazza, ma Giorgio si oppose. Anche lui, d’altronde, si assentava a lungo la notte, rientrando anche più scarmigliato dai filari di Malvasia, sempre solo, come la seconda sera. L’ottavo giorno, però, la ragazza non si fece più viva e tutti pensarono che se ne fosse andata al nord, per via dei capelli biondi, poteva essere in Lombardia o in Germania, che dire? Ma fu non poca la sorpresa - e m’immagino lo scompiglio - quando dieci mesi dopo sulla porta di casa di Giorgio trovarono un fagottino con un neonato. Aveva i capelli già folti, tutti biondi, e gli occhi azzurri. Avvisarono i carabinieri, la storia andò sui giornali, Giorgio annunciò che intendeva sposare la bionda della Malvasia, che si facesse viva. Ma non se ne ebbe più notizia. Mi pareva una favola e meditavo come fosse stata raccontata con garbo quando la porta della masseria si spalancò e zampettò verso i quattro tavoli rustici un frugoletto.
«Ecco Federico»: disse semplicemente il trattore. Sullo sfondo il Castello del Monte non batteva ciglio. Eppure a me pareva sorridesse, quasi godesse dell’erede inatteso, ma vivo, vispo e con i capelli biondi.