Perché il rettore di Genova ha denunciato le violenze Pro Pal all'università

Occupazioni, slogan estremi e simboli violenti hanno provocato una dura reazione istituzionale all'interno dell’ateneo ligure. Il responsabile dell’università si è rivolto alla Procura per fatti ritenuti lesivi del vivere democratico
24 SET 25
Ultimo aggiornamento: 13:0817 MAR 26
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Ci sono momenti in cui il confine tra libertà di espressione e violenza politica diventa sottile. A Genova, quel confine è stato superato. Il rettore Federico Delfino ha presentato una denuncia-querela alla Procura della Repubblica per i fatti accaduti nell’Ateneo ligure nelle ultime settimane. Tutto comincia il 10 settembre, quando un gruppo di studenti del collettivo “Cambiare Rotta Genova” occupa il cortile di via Balbi 5 per manifestare a favore della cosiddetta “Flottilla”, una missione in solidarietà con Gaza. Non solo striscioni e bandiere palestinesi, ma anche slogan espliciti: “BLOCK THE UNIVERSITY”, “ALL EYES ON THE GLOBAL SUMUD FLOTILLA”.
L’escalation avviene quando sulle colonne del palazzo vengono affissi i volti di figure politiche italiane e internazionali – dalla ministra Anna Maria Bernini alla premier Giorgia Meloni, dal primo ministro israeliano Netanyahu a Papa Francesco – riprodotti come bersagli da poligono di tiro, con fori simulati all’altezza della fronte. Un gesto che, agli occhi del rettore, non è più protesta, ma vilipendio e incitamento alla violenza. Ancora più gravi le parole apparse su un canale social vicino al collettivo: “Contro il sionismo e i suoi complici, tutti in piazza il 22”.
La tensione si è aggravata il 23 settembre, quando gli occupanti hanno chiuso con catene e lucchetti gli accessi dell’università, impedendo lo svolgimento delle lezioni. “Finché Unige non dichiarerà il sostegno alla Flottilla, non romperà i rapporti con Israele e l’industria bellica, non condannerà Israele e il genocidio in Palestina”, hanno scritto i manifestanti. Di fronte a questo, il rettore ha ritenuto di dover chiamare la Procura: non si tratta più di opinioni, ma di interruzione di pubblico servizio e di minacce dirette alle istituzioni.
Il gesto di Delfino non è un atto simbolico. È un messaggio netto: l’università è luogo di dibattito e libertà, non di intimidazioni. E quando la protesta si trasforma in odio, la democrazia non può restare indifferente.