La povertà secondo Luciani. Un inedito del 1970

25 AGO 15
Ultimo aggiornamento: 14:27 | 20 MAG 25
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Sabato 26 agosto 1978, dopo sole ventisei ore di conclave, il cardinale protodiacono Pericle Felice annunciava l’elezione di Albino Luciani come successore di Paolo VI
. Sbaragliando le tabelle dei valori stabiliti dai canali dell’informazione giornalistica e non, i cardinali avevano scelto quasi all’unanimità un padre e un pastore di note virtù che viveva nel gregge e per il gregge, esperto di umanità e delle ferite del mondo, delle esigenze dell’immensa moltitudine dei derelitti, un sacerdote di vasta e profonda sapienza che sapeva coniugare in felice e geniale sintesi
nova et vetera.
  Avevano scelto un apostolo del Concilio, che aveva fatto del Concilio il suo noviziato episcopale, di cui spiegò con cristallina lucidità gli insegnamenti e ne tradusse rettamente e con coraggio in pratica le direttive. Anzi le incarnava. In primis la povertà che per Luciani costituiva la fibra del suo essere sacerdotale.  È stato osservato che non si può ignorare l’humus sociale di quella storia di povertà rurale e operaia del Veneto dal quale proveniva. Tuttavia non è la povertà del populismo, non è la vicenda romantica e paternalistica del modesto prete di montagna, ma quella storica ed esistenziale che si assimila anche con l’educazione e che per Luciani, sacerdote di solida formazione teologica, affondava le radici nel mai dimenticato fondamento di una Chiesa antichissima, senza trionfi mondani, vicina agli insegnamenti dei Padri, sul modello di Cristo e della predilezione per i poveri, e senza la quale poco si capirebbe dello spirito di governo di Giovanni Paolo I. Luciani aveva sposato la povertà, ne aveva fatto la dote più importante, e da essa aveva tratto alimento anche la sua cura d’anime. Ed è proprio l’abito non usato come slogan, non ostentato e non occasionale della povertà che ha dato alla sua stessa parola il senso della concretezza e che ha conferito alla sua persona di vescovo credibilità e le qualità di indulgenza e severità, di comprensione umana e del saper attendere, unite alla fermezza nella custodia del
depositum fidei.
   L'adesione di Luciani sia sul piano teologico che pastorale alle linee del magistero montiniano in materia sociale, espresse in particolare nella
Populorum progressio,
 è totale e diviene per Giovanni Paolo I l’orientamento della Chiesa nello sguardo sul mondo. A questo richiama da Pontefice anche nell’ultima udienza generale riprendendo l’affermazione che «la proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto» e «che i popoli della fame interpellano oggi in maniera drammatica i popoli dell’opulenza». Del motivo della Chiesa povera al servizio degli ultimi è intessuto il suo magistero. Nel 1966 scrivendo 
Il sacerdote diocesano alla luce del Vaticano II,
affermava: «Qualcuno aveva detto: 'Se il Concilio di Trento di Trento è stato il Concilio della castità del clero, il Vaticano II sarà il Concilio della povertà del clero'. È forse un’esagerazione, ma è vero che su questo punto siamo sorvegliati: qui la gente ci aspetta oggi».  Ed è proprio sul tema della povertà ecclesiale che s’incentrano anche le note autografe che qui riportiamo, titolate da Luciani «Chiesa povera». Sono pagine che appartengono alla documentazione inedita rinvenuta grazie alla ricerca sostenuta e allo studio intrapreso dalla Causa di canonizzazione di Giovanni Paolo I, la cui
Positio
 – che raccoglie tutte le prove documentali e testamentali inerenti alla figura del Servo di Dio, tra le quali la testimonianza del papa emerito Benedetto XVI (un 
unicum
 nella storia della Chiesa per quanto concerne i processi di canonizzazione) – è ormai completata si avvia alla fase di giudizio conclusiva presso la Congregazione delle cause dei Santi.