Centri per l'Impiego nel caos: senza risorse e con organici all'osso. Scoppia il 'caso' Lombardia

Dovevano essere potenziati, ma sono stati indeboliti dal blocco delle assunzioni e dal taglio dei trasferimenti dallo Stato, vittime anch’essi della situazione di ‘sospensione’ in cui si sono trovate le Province dopo il no al referendum costituzionale di due anni fa. Adesso i Centri per l’Impiego, pilastro portante della seconda parte del Jobs Act, quella relativa all’avvio e al consolidamento delle politiche attive del lavoro, ma anche al centro dell’agenda del nuovo governo gialloverde che prevede un loro potenziamento per poter far partire il reddito di cittadinanza, si trovano quanto mai in mezzo al guado. Da un lato, infatti, una loro crescita attraverso nuovi investimenti di risorse pubbliche sembra addirittura ineluttabile. Dall’altro, la Regione Lombardia si appresta ad approvare entro fine giugno un progetto di legge di modifica della legge regionale N. 22 con cui si procederà, come prevede la legge statale, a ‘regionalizzare’ i Centri per l’Impiego con l’obiettivo di potenziarli ma, unica in Italia, il Pirellone non prevede il passaggio del personale dei CPI sotto di essa. Al contrario, i dipendenti dei Centri per l’Impiego resterebbero in capo alle Province, ipotecando, di fatto, un loro potenziamento dato che da otto anni, presso le amministrazioni pubbliche, è in vigore il blocco del turn over e quindi, per le Province, sarebbe impossibile procedere a nuove assunzioni. Il tutto in presenza di un contesto che vede il livello degli organici dei CPI già oggi sotto la soglia di guardia: a Cremona, ad esempio, al momento i dipendenti sono 53 quando, solo per garantire i livelli attuali dei servizi erogati, l’organico dovrebbe essere di 61, quindi con un aumento del 15%...
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